giovedì 2 dicembre 2010

Odio il sapore dell'amore in bocca

Non guardiamo in faccia nessuno noi. Soprattutto io.
E ancora te ne sorprendi.
Mantova riaffiora superficialmente tra le mie fatiche di Ercole e ci tornerei volentieri in tutti quei treni e anche in altri per vedere se ho voglia di tornare. Che non ne sono sicura.
Di voler tornare.
Forse è proprio perché ti ho qui, che ti ho qui.
Tu, lo stronzo. E io, la codarda che si contraddice. ''E' perché non capiscono''. Escono dalla mia bocca 'ste parole. Non capiamo neanche noi probabilmente.
Ma intanto non penso e teniamo sveglio P. per toccarci ancora un po'. Testa, dici.
Regole, dico. Ancora non esaudite. Lo vedi, Patrizia?, non vuole. Non mi vuole casta.
Un versetto mi gira in testa con una fatalità inquietante: ''...e fuggirò le occasioni prossime di peccato''. Una (s)conversione.
Con tutte le ultime parole, sempre lì, sempre noi, sempre Seve come testimone del nostro matrimonio fallito, sempre l'ultima sigaretta affronto il ritorno con uno spirito nuovo.
Mi illudo. di essere. trattata meglio.
Comincio quindi da brava pittrice a deformarmi la mia solita marcia realtà. Ma c'è uno spiraglio tra le dita che mi sono messa negli occhi. Non mi piace quel sapore che sento in bocca.
Quella contentezza. Quel senso di proprietà. Quella quasi fiducia. Quel sapore di ''amore''.
E mi lascio rabbrividire.
E adesso che per servizio ci sentiamo per un paio di giorni  sono...infastidita.
Mi vedo volere la mia solità sterilità. Mi ci ero piazzata bene.
Asettica. Emotivamente incapace di concepire, emoziona(ta)lmente sterile.
Finalmente non sporca.

Non è nei miei orgasmi che devi cercare finzione.