Mi hai rubato il cuore come si ruba il naso ai bambini, con il pollice tra l'indice e il medio.
Non faremo più l'amore sotto un Arco di Trionfo a forma di ping pong.
La mia malattia avanza, imperterrita, senza scrupoli.
M.Z. non è più con me. Mi manca già solo a dirlo.
Ma è una questione di preservazione.
F. mi chiede se il suo interesse mi infastidisce. Sì.
Sono un salvagente che fa affondare, gli dico. "Questa mi è piaciuta". Beato te.
Stammi lontano, lo dico per te. La mia non è una recita, non è il velo di mistero che si squarcia in quattro e quattr'otto alle prime attenzioni. Qui ci sono arcieri e fortificazioni. Armature e fossati coi coccodrilli.
Niente damigelle da conquistare che arrossiscono e ti lanciano il fazzoletto profumato.
Qui c'è il sangue.
"Penso di essere abbastanza grande per farcela". Presuntuoso.
Mi guardo la ruga. Quella che ormai non sparisce più. Quella in mezzo alla fronte. Lo stampo della mia faccia imbronciata a tempo pieno.
Mangio da sola sopra un tavolo di vetro, mi ci vedo riflessa ed è lì che decido di non mangiare più.
Basta corpo nato per fingere, ora comando io. Ora è Auschwitz.
Perché quando verranno a salvarmi devono vedere cosa mi ha fatto quel carnefice bastardo.
Che solo se mi vedranno più sofferente mi ameranno.
Chissà chi mi spia, alle 5 del mattino.
Chissà chi mi spia, alle 5 del mattino.




