martedì 24 maggio 2011

Haunted

Mi hai rubato il cuore come si ruba il naso ai bambini, con il pollice tra l'indice e il medio.
Non faremo più l'amore sotto un Arco di Trionfo a forma di ping pong.
La mia malattia avanza, imperterrita, senza scrupoli.
M.Z. non è più con me. Mi manca già solo a dirlo.
Ma è una questione di preservazione.
F. mi chiede se il suo interesse mi infastidisce. Sì.
Sono un salvagente che fa affondare, gli dico. "Questa mi è piaciuta". Beato te.
Stammi lontano, lo dico per te. La mia non è una recita, non è il velo di mistero che si squarcia in quattro e quattr'otto alle prime attenzioni. Qui ci sono arcieri e fortificazioni. Armature e fossati coi coccodrilli.
Niente damigelle da conquistare che arrossiscono e ti lanciano il fazzoletto profumato.
Qui c'è il sangue.
"Penso di essere abbastanza grande per farcela". Presuntuoso.

Mi guardo la ruga. Quella che ormai non sparisce più. Quella in mezzo alla fronte. Lo stampo della mia faccia imbronciata a tempo pieno.
Mangio da sola sopra un tavolo di vetro, mi ci vedo riflessa ed è lì che decido di non mangiare più.
Basta corpo nato per fingere, ora comando io. Ora è Auschwitz.
Perché quando verranno a salvarmi devono vedere cosa mi ha fatto quel carnefice bastardo.
Che solo se mi vedranno più sofferente mi ameranno.

Chissà chi mi spia, alle 5 del mattino.

Vicina.
Così vicina da sentire anche il rumore vuoto di plastica delle corde sotto il plettro.
Vicina. 
Non così vicina da far vedere a Mario le mie lacrime a tempo con le sue parole.
Che parlano di lui, ma ancor peggio di me.
Il suo faccione sullo schermo che imparo ad osservare nell'intimità di una sua stanza.
Lacrime che non bagnavano da un po' i deserti delle mie guance bianche.
"Dovresti sorridere di più" mi dice F.
"Sei strana, lo sai? E bevi un po' troppo." mi dice A.
Entrambi affascinati dal mio freddo ma troppo distanti per poterlo anche solo sfiorare.
Ritorno su quella poltrona rossa, a lasciarmi piangere dalla musica e dai film. 
E non solo.

martedì 17 maggio 2011

Un altro mattone sulle Mura in Italia fa pena

Ti penso anche lì. Mentre mangio tra i ragazzini che insozzano parti di Medioevo con le chiacchiere frivole e i pennarelli indelebili e le acque caleidoscopiche del fiume di città, che gradevolmente mi separa dai sistemi nervosi del traffico, come i cerchi che si fanno attorno per proteggersi dal diavolo. Dicono funzioni perché il Maledetto si infila negli angoli.

Metto la mia musica da sfigata, mi mangio il mio panino da sfigata e mi giro la mia cicca da sfigata.
Mi conto i boccoli ramati sotto il sole, alzo lo sguardo, incuriosita e diffidente che mi stia toccando la pelle bianca, scurendola pian piano.
Ci tengo alle mie sembianze malate.

Penso a te e al forno che ti starà facendo sudare, alla tua disattenzione, alla tua nevrastenia, alla tua fame che svanisce, alle sigarette che la sostituiscono, alla tua pocavogliaditornareacasamatantodovealtrovado, ai tuoi sospiri prima di dormire, al tuo stomaco che neanche apri gli occhi ed è già lì a ricordarti che non va bene un cazzo, al tuo viso contrarsi nel vedere gli occhi gonfi di tua madre e alla smorfia che farai quando il tuo pensiero correrà verso Napoli.

Ci penso tra un Ufficiale Giudiziario e un decreto, tra una raccomandata e una ventiquattrore rossa che non so mai come tenere, tra una sigaretta e una marca da bollo da quattordiciesessantadue, tra un cancelliere e un pignoramento. Ma non arrivo a nulla, mai.
Scrivo versi nei capelli per non poterli dimenticare e mi cadono tutti nella burocrazia in cui sono persa, in cui mi chiedo se vedono che sono diversa, in cui Zòsimov mi visita e mi crede pazza. E io glielo lascio credere.

Arriva venerdì e io non voglio.
Non me lo sarei mai aspettato da una come me.
Eppure sorrido ultimamente. Tranne i weekend.
Mi dicono che è perché non prendo più la pillola. Sarà.
Ma i lontani parenti di Emile Zola mi appagano. C’è molto silenzio in quelle stanze e anche se hai le scarpe da ginnastica fai il rumore dei tacchi.
E poi ci sono i praticanti disagiati che ti salutano goffamente e ti chiedono cosa leggi. Loro, con le mani ossute da chi la carta la odia, io con le mani morbide di chi la carta la riverisce.

Soprattutto quella stropicciata dalle mani ruvide che ti stropicciano anche la faccia sotto le coperte.


Di pudicizie calzaturiere e Parodie Verdi (Corollari di pomeriggi passati ad anagrammare)

La tua pelle verde sotto la luce del distributore mi fa pensare a dei prati malati.
Ti conterò i fili, uno per uno con pazienza.
Ti conterò le lacrime una per una, con pazienza.
Ti conterò i respiri, gli sbuffi, i sospiri, uno per uno, con pazienza.
Ti conterò i baci, gli abbracci, le mani, le dita tra le mie, una per una, con pazienza.
Ché mi fai essere ancora più incazzata col mondo per quello che ti stanno facendo.
Tumori da amare.
Cromosomi assassini.
Fisionomie problematiche.
Quei sei occhi che non posso dimenticare, le lacrime che ho visto in ciascuno, che ho accolto come una diga tra le mie braccia morbide.
Bacino di insofferenze e incomprensioni. Senza sfoghi, senza chiuse da aprire.

Immagazzino ogni tuo sguardo verso l’alto,
Ogni tua silenziosa preghiera (o bestemmia? Non fa differenza), ogni tuo perché senza risposta.
Immagazzino ogni mio arrendevole ed arreso silenzio all’ennesima miseria che ti ha colto.
L’impotenza mi pervade, vorrei trovare una formula, un algoritmo da regalarti per farti scoprire la pace.
E invece anneghiamo entrambi nei nostri problemi (e fai diventare minuscoli i miei).
I soprannomi hanno sempre un perché.
Mi baci il piede malato, le mie scarpe non ti piacciono ma dici che almeno condivido il mio mal de vivre a inchiostro e nervi.
D’altronde non puoi vederlo solo tu. Tanto nuda.

Dormi, angelo mio. Ti auguro gli incubi peggiori. Che così quando ti svegli sembrerà meno peggio che in sogno. Fare bei sogni ti fa solo ricordare quanto faccia schifo la realtà.


Perduta-mente

Amarti ma a fatica mi svuota dentro. Qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto.
Amarti ma a fatica mi da malinconia. Che vuoi farci, è la vita. È la vita, la mia.
Amami ancora. Fallo dolcemente. Un anno, un mese, un’ora, perdutamente.

Amarti mi consola le notti bianche. Qualcosa che riempie vecchie storie fumanti.
Amarti mi consola, mi da’ allegria. Che vuoi farci, è la vita. È la vita, la mia.
Amami ancora. Fallo dolcemente. Un anno, un mese, un’ora, perdutamente.
Amami ancora. Fallo dolcemente. Solo per un’ora, perdutamente.”

Amandoti - CCCP

Ché alla fine è tra le mie braccia che piangi, grazieadio.
Sono i miei muscoli tesi ed intesiti a bagnarsi delle tue lacrime.
È per questo che vivo.
È per questo che mi faccio vergine e baccanale. Perché so che ne vale la pena.
Per farmi roccia per te. Di quelle con i buchetti per mettere le mani ed aggrapparsi.
Ma anche liscia da accarezzare.

Se potessi io, essere io tuo padre.” e il resto si sa.

Mi piacerebbe che mi studiassi come un tempo. Che non sapessi già dove mettere le mani. Che mi impari a memoria come quando a memoria non ci si sapeva.
Che ti imparo a memoria come quando a memoria non ti sapevo.
A memoria. Par coeur.


Di bambine che si lavano i denti - Corollari di un pranzo con mestessa+5

Lì.
A gambe incrociate tra le sue dita.
La reciprocità è cosa vecchia” le dico.
Le nostre figurine sono fuori produzione.
Mi riguardo quelle vecchie, ogni tanto.
Per tagliarmi con la carta. E le parole.

Ci vuole parsimonia nel crearsi traumi.

Stringo al cuore, o a quel che ne rimane, la mia collezione incompleta, gelosa di quel tesoro dimeditec’eraunavolta.
Guardo bene com’era Tisi una volta. Stupida e felice.
Guardo bene com’era Mez una volta. Stupido e…?
Sciocchezze. Che sotto le unghie c’ho ancora la sua pelle.
Rientro nel mio sgabuzzino, obbediente e ordinata, pulendo le tracce dietro di me.
Chiudo piano il suo armadio mentale, lasciandomi una fessura. Per la luce. E per guardarlo vivere.
Trovo pezzi di cuore in macchina, senza il coraggio di gettarli dal finestrino.
Rosso e argento di sangue e perdoni disperati.

Un tuffo al cuore, mi tuffo nel cuore
a cercare di toccargli il fondo
senza mai respirare.

Distanze mai copribili. Non è una questione di polmoni.
Ma adesso mi lavo i denti come i bambini bravi e sfigati. Che non hanno le carie ma non mangiano le caramelle.

Su, su. Mi dici.
Stasera mi preparo bene, così nessuno si preoccupa di me. Essere belli è il modo migliore per passare inosservati. Per confondersi.
Con un piede nel baratro e uno in una scarpa da ballo mi trascinerò fino al bicchiere, dove trovare conforto e tregua dai miei pensieri bui.
Un salvagente per affondare. Che non è in superficie che voglio stare.
Giù.
Dove è un po’ più buio e i pesci sono più furbi.
Giù.
Dove i bambini non hanno coraggio di andare.
Giù.
Per bagnare i tuoi occhi secchi, Violante.
Giù.
Dove finalmente non dovrò chiudere gli occhi per non vedere.