Il primo.
Dopo la fine della guerra di posizione.
Sconvolta.
Dalla mia stessa indifferenza.
Calda. Di sbronze e di estate.
Gli scrivo che è per quello che sono così. Anche se non gli interessa saperlo.
Ma a qualcuno devo per dirlo. E perché non a lui?
Oggi voto per abrogare la privatizzazione dell’acqua, il nucleare, il legittimo impedimento e te.
Ti archivio.
Piego per bene i miei ricordi, gli do una tiratina perché non restino pieghe e li chiudo nel cassetto più alto che c’è. In vista, ma fuori mano.
C’è tutto. Tranne l’appuntamento a Parigi e la cartastropicciatadallemaniruvidechetistropiccianoilvisosottolecoperte.
Il portafoglio era destino che lo perdessi un’altra volta.
Ma il concetto è chiaro. Mi sento ancora gli occhi addosso mentre dormo.
Da un vetro, che si appanna quando respiri vicino.
Torno dopo Primo e non mi reggo neanche in piedi. Mia madre mi raggiunge e le dico senza mezzi termini che mi troverà nella vasca prima o poi.
La sua ciambella senza il buco. La sua ciambella che si sbriciola solo a guardarla. Immangiabile. Inzuppata di lacrime.
Il giorno dopo sembro morta. Non mi sveglio. Quasi ci riuscivo, stavolta.

