Bien que ton Amélie n'aura jamais sa valse.
Et ce piano cours dans mes lèvres avec la tuant douceur de tes mots.
Ta voix, elle va m'infliger la vie dans mes nuits sans reves.
Mais si ca doit etre ma mort, bon, j'ai choisi celle qui sonne mieux.
Parce que toi, tu a toujours su choisir les chansons les plus belles. De manière que je ne les écouterais jamais plus. Pour echapper à ton souvenir. Que j'espère seulement d'avoir été dans un cinéma.
Seulement pour regarder les expressions des autres présents.
Mais c'est une non-photo dans ma tete.
venerdì 22 ottobre 2010
martedì 19 ottobre 2010
Alba e bondage
Se solo avessi ascoltato il rumore di ogni lacrima e l'avessi impresso nella mia memoria.
Se solo le avessi ascoltate, quelle migliaia di lacrime.
Ho ascoltato solo le ultime, quelle di ieri notte che sanno delle notti di giugno.
Che la macchina non voleva mettersi in moto perché aveva paura che l'ammazzassi per ammazzare me.
Perché mi odio per essere così.
Che ormai mi sento solo Valduga. Cuore e cazzi.
Della serie ''Lui mi fa male e lo sa, ma ha capito e mi tratta per la troia che sono in realtà''.
Ci sta.
Che non l'abbiamo più fatto l'amore. Che era solo nella mia testa.
Che alla fine erano solo parole.
Che le uniche due che sono riuscita a farmi dire sono state: ''Non aspettarmi''.
Che non mi ero accorta dove mi stavi portando.
Mi stavi accompagnando ancora al mio loculo.
Che belli quei muri stretti di incomprensione. Li ho dipinti con tutte le mie voglie.
E c'era anche un tuo ritratto. Ci assomigliava proprio.
Che io vorrei portartele ancora le lingue di gatto e la crema al mascarpone all'una di notte.
Che ogni volta ti spaventavi vedendomi sfiorare lo spigolo con la testa.
Ma poi ti sei deciso ad afferrarmi i capelli e a guidarmi a quello spigolo.
Mi hai accarezzato la tempia sussurrandomi piano ''Proprio qui''.
Non sono riuscita a dirti addio. Nonostante tutto fosse pronto.
''Fai male con le parole''. Mi rimangono solo quelle.
Devo anche tacere, ora?
E allora legami, nel più cruento bondage, legami la lingua, legami le mani,
nascondimi carta e penna.
Che tanto è tutto qui nella mia testa. Per quella non hai abbastanza corda.
Perché ti ho superato, sono sempre stata davanti a te.
Ma è una gara in cui vince chi arriva ultimo.
''Un giorno, chissà.''
Un giorno, chissà, non sarò neanche più qui a guardarti, ma sarai solo un ricordo messo via bene,
con un po' di naftalina per non sgualcirlo.
Che quando avrò dei nipoti rovisterò in soffitta e gli mostrerò la pellicola che non abbiamo mai usato.
Dicendo che lì ci sta incisa la storia più bella che non è stata mai vissuta.
Cosa c'è di più bello di quello che ancora non hai vissuto?
E' ancora lì, intatto, nella forma di sogno.
Ma siamo sempre stati svegli.
Che io incrociavo mio padre alle sei e mezza di mattina e tu dormivi quelle tre ore per arrivare al lavoro ancora meno lucido del solito.
Non ci siamo concessi di sognare.
''Pensavo di avertela già fatta l'iniezione letale.''
Lo dici quasi con orgoglio. Che c'hai fatto un quadretto con la siringa.
Una bestia così non capita tutti i giorni.
E ora ho i tuoi batteri a ricordarmi che ci sei.
Prenderò un antibiotico anche per te. Ti debello.
Perché non so cosa voglio fare, ma non voglio vivere così.
Ritiro i miei organi da questo investimento.
Perché ho parlato fin troppo e non ho trovato orecchie.
Ho trovato solo lombi infuocati che mi hanno marchiata e ora la gente vede la lettera scarlatta sul mio ventre.
Oggi sono contenta. Non ho detto una parola. E non mi è stata rivolta parola.
Forse si è capito il dramma che mi scuote.
Che dico di avere gli occhi lucidi per la malattia o per le bollicine della Cocacola cercando la colla per appiccicare un altro sorriso.
Che mi sembra di svegliarmi finalmente.
E di capire che era solo delirio, che era dormiveglia febbricitante, che ora non ho più la pelle gialla.
Che ora non sudo più come i tossici a rota.
Che la droga è finita ma chissenefrega.
Che a Codroipo non ci passo più.
Che una margherita sull'orecchio e una coperta con gli elefanti non le ho mai viste.
Che a Gonzaga non ci sono mai stata.
Che i tuoi occhi in quella foto in un treno non li ho mai visti, che non stavano guardando me.
Che non me le sono mai fatte togliere otto provette di sangue.
Che non ho mai finto nonostante i tuoi dubbi.
Che non l'ho mai aspettata una Slingerland.
Che meno per meno non fa più.
Che la coperta ora è fredda.
Che non disssimulo più il tuo sporco.
Che il tuo libro lo comprerò lo stesso.
E che il centro sociale affacciato sulle discariche e sul mare lo sto già costruendo.
Che quel biglietto nel portafoglio lo getterai e Palais Royal vedrà solo me e la mia nevrastenia.
Che mi cambio il cognome in Raskòl'nikova.
Attendo venerdì come se fosse il 12 giugno.
Non saranno quattro giacche napoleoniche ma un corpo sottile dai minuscoli seni a farmi deragliare.
Che stavolta i lividi saranno interni e che me li accarezzerò aprendomi le carni.
Che mi porto il mare a dicembre, sono io tra cinque anni.
Che voglio abbracciarmi adesso per ricordarmene tra 5 anni.
Che nello stesso giorno vado in copisteria a portare la tesi e ad un colloquio per un lavoro.
Che ti ho ancora nelle fibre muscolari, e dimagrisco male per non averne più.
Che questa è la mia vendetta.
Ti elimino dal mio corpo. E apro anche un'associazione umanitaria per sensibilizzare la gente.
Uscendo ti sistemo il tappeto, con cura.
Non te lo stropiccio più.
Non ti tengo più sveglio col mio ciarlare.
Non segno più gli 11 nel registro.
Non mi volto più quando scendo per vederti mandarmi un bacio.
Non mi innamoro più dei tuoi occhi rossi.
Non ti accendo più la sigaretta.
Non accendermela più.
Non mi faccio girare più.
Non ti chiedo più di girarmi.
Non ti guardo più arrivare in bicicletta.
Ora mi metto a letto e aspetto solo che la guerra finisca.
Che le crocerossine mi fascino i moncherini.
Che la bomba che mi hai messo ancora in mano non l'ho riconosciuta.
Non ho visto che era uguale. Mi si sono riaperte le cicatrici. E ne devo cucire di nuove, che sopra le vecchie, si sa, non cicatrizza più.
Aspetto solo che mi ricresca il cuore.
Se solo le avessi ascoltate, quelle migliaia di lacrime.
Ho ascoltato solo le ultime, quelle di ieri notte che sanno delle notti di giugno.
Che la macchina non voleva mettersi in moto perché aveva paura che l'ammazzassi per ammazzare me.
Perché mi odio per essere così.
Che ormai mi sento solo Valduga. Cuore e cazzi.
Della serie ''Lui mi fa male e lo sa, ma ha capito e mi tratta per la troia che sono in realtà''.
Ci sta.
Che non l'abbiamo più fatto l'amore. Che era solo nella mia testa.
Che alla fine erano solo parole.
Che le uniche due che sono riuscita a farmi dire sono state: ''Non aspettarmi''.
Che non mi ero accorta dove mi stavi portando.
Mi stavi accompagnando ancora al mio loculo.
Che belli quei muri stretti di incomprensione. Li ho dipinti con tutte le mie voglie.
E c'era anche un tuo ritratto. Ci assomigliava proprio.
Che io vorrei portartele ancora le lingue di gatto e la crema al mascarpone all'una di notte.
Che ogni volta ti spaventavi vedendomi sfiorare lo spigolo con la testa.
Ma poi ti sei deciso ad afferrarmi i capelli e a guidarmi a quello spigolo.
Mi hai accarezzato la tempia sussurrandomi piano ''Proprio qui''.
Non sono riuscita a dirti addio. Nonostante tutto fosse pronto.
''Fai male con le parole''. Mi rimangono solo quelle.
Devo anche tacere, ora?
E allora legami, nel più cruento bondage, legami la lingua, legami le mani,
nascondimi carta e penna.
Che tanto è tutto qui nella mia testa. Per quella non hai abbastanza corda.
Perché ti ho superato, sono sempre stata davanti a te.
Ma è una gara in cui vince chi arriva ultimo.
''Un giorno, chissà.''
Un giorno, chissà, non sarò neanche più qui a guardarti, ma sarai solo un ricordo messo via bene,
con un po' di naftalina per non sgualcirlo.
Che quando avrò dei nipoti rovisterò in soffitta e gli mostrerò la pellicola che non abbiamo mai usato.
Dicendo che lì ci sta incisa la storia più bella che non è stata mai vissuta.
Cosa c'è di più bello di quello che ancora non hai vissuto?
E' ancora lì, intatto, nella forma di sogno.
Ma siamo sempre stati svegli.
Che io incrociavo mio padre alle sei e mezza di mattina e tu dormivi quelle tre ore per arrivare al lavoro ancora meno lucido del solito.
Non ci siamo concessi di sognare.
''Pensavo di avertela già fatta l'iniezione letale.''
Lo dici quasi con orgoglio. Che c'hai fatto un quadretto con la siringa.
Una bestia così non capita tutti i giorni.
E ora ho i tuoi batteri a ricordarmi che ci sei.
Prenderò un antibiotico anche per te. Ti debello.
Perché non so cosa voglio fare, ma non voglio vivere così.
Ritiro i miei organi da questo investimento.
Perché ho parlato fin troppo e non ho trovato orecchie.
Ho trovato solo lombi infuocati che mi hanno marchiata e ora la gente vede la lettera scarlatta sul mio ventre.
Oggi sono contenta. Non ho detto una parola. E non mi è stata rivolta parola.
Forse si è capito il dramma che mi scuote.
Che dico di avere gli occhi lucidi per la malattia o per le bollicine della Cocacola cercando la colla per appiccicare un altro sorriso.
Che mi sembra di svegliarmi finalmente.
E di capire che era solo delirio, che era dormiveglia febbricitante, che ora non ho più la pelle gialla.
Che ora non sudo più come i tossici a rota.
Che la droga è finita ma chissenefrega.
Che a Codroipo non ci passo più.
Che una margherita sull'orecchio e una coperta con gli elefanti non le ho mai viste.
Che a Gonzaga non ci sono mai stata.
Che i tuoi occhi in quella foto in un treno non li ho mai visti, che non stavano guardando me.
Che non me le sono mai fatte togliere otto provette di sangue.
Che non ho mai finto nonostante i tuoi dubbi.
Che non l'ho mai aspettata una Slingerland.
Che meno per meno non fa più.
Che la coperta ora è fredda.
Che non disssimulo più il tuo sporco.
Che il tuo libro lo comprerò lo stesso.
E che il centro sociale affacciato sulle discariche e sul mare lo sto già costruendo.
Che quel biglietto nel portafoglio lo getterai e Palais Royal vedrà solo me e la mia nevrastenia.
Che mi cambio il cognome in Raskòl'nikova.
Attendo venerdì come se fosse il 12 giugno.
Non saranno quattro giacche napoleoniche ma un corpo sottile dai minuscoli seni a farmi deragliare.
Che stavolta i lividi saranno interni e che me li accarezzerò aprendomi le carni.
Che mi porto il mare a dicembre, sono io tra cinque anni.
Che voglio abbracciarmi adesso per ricordarmene tra 5 anni.
Che nello stesso giorno vado in copisteria a portare la tesi e ad un colloquio per un lavoro.
Che ti ho ancora nelle fibre muscolari, e dimagrisco male per non averne più.
Che questa è la mia vendetta.
Ti elimino dal mio corpo. E apro anche un'associazione umanitaria per sensibilizzare la gente.
Uscendo ti sistemo il tappeto, con cura.
Non te lo stropiccio più.
Non ti tengo più sveglio col mio ciarlare.
Non segno più gli 11 nel registro.
Non mi volto più quando scendo per vederti mandarmi un bacio.
Non mi innamoro più dei tuoi occhi rossi.
Non ti accendo più la sigaretta.
Non accendermela più.
Non mi faccio girare più.
Non ti chiedo più di girarmi.
Non ti guardo più arrivare in bicicletta.
Ora mi metto a letto e aspetto solo che la guerra finisca.
Che le crocerossine mi fascino i moncherini.
Che la bomba che mi hai messo ancora in mano non l'ho riconosciuta.
Non ho visto che era uguale. Mi si sono riaperte le cicatrici. E ne devo cucire di nuove, che sopra le vecchie, si sa, non cicatrizza più.
Aspetto solo che mi ricresca il cuore.
lunedì 18 ottobre 2010
Luce verde
Vorrei avere le corde.
Aprire le gambe e farmi suonare.
Farmi accordare la testa e per una volta suonare bene. Sentire di non stonare.
Giusto per provare com'è, poi giuro che mi scordo, che suono male ancora.
Farò la brava.
Promesso.
Aprire le gambe e farmi suonare.
Farmi accordare la testa e per una volta suonare bene. Sentire di non stonare.
Giusto per provare com'è, poi giuro che mi scordo, che suono male ancora.
Farò la brava.
Promesso.
lunedì 11 ottobre 2010
Anche.ad.ottobre.se.ti.pare.
Me ne accorgo come una stupida, grazie a una cugina sconosciuta, che non ci sei più.
Vorrei sapere perché a son di Tavernello e birra del Lidl.
Vorrei sapere tante altre cose, che sfogliandoti intuisco.
Avanti R., butta quella merda e vien qua. Che se imbriaghemo e se destiremo soa cuertina insieme.
[Scaldiamoci un po'. Lì dove sappiamo.]
Vorrei sapere perché a son di Tavernello e birra del Lidl.
Vorrei sapere tante altre cose, che sfogliandoti intuisco.
Avanti R., butta quella merda e vien qua. Che se imbriaghemo e se destiremo soa cuertina insieme.
[Scaldiamoci un po'. Lì dove sappiamo.]
domenica 10 ottobre 2010
Ma poi reagisco. agli scompensi. che hai.
Masturbati.
Masturbati ancora dentro di me.
Non prenderla nemmeno la panetta di burro stavolta, fammi pure male.
Sussurrami parole d'amore mentre ti masturbi dentro di me.
Mi sentirò più vicina a lei.
[più di così]
Prendimi ovunque, adorami per lo più all'aperto.
Chissà in macchina se ti sei accorto.di tutte le canzoni che parlavano di me.
Entra, senza chiedere il permesso.
Prendila la panetta di burro, per lubrificarmi le labbra, perché quello che voglio dirti farà male. Più a me che a te.
Mi prendo il tempo per rivestirmi.piano.mentre tu dormi.
Scivolo silenziosa dentro i jeans.
Mi siedo per rimettermi i calzini e lì cedo.
Mi abbraccio e regalo al tuo parquet le mie lacrime silenziose. Le pesto per asciugarle, per punirle per non avermi chiesto il permesso.
Pochi e stanchi pensieri girano per la mia testa.
Il binario 5 mi attraversa i polmoni. Che bello eri quel giorno.
Ci si credeva ancora. E io partivo a stento. Mi sentivo mandata al confino, non al confine.
Ritorno sconvolta sul parquet. Mi infilo le scarpe e vado in bagno. Sorrido di sfuggita a tua madre.
Torno a svegliarti. Un po' dolce come ai vecchi tempi, un po' mamma scocciata. Lo percepisci e mi chiedi di sedermi lì sul letto vicino a te. Sputo un sorriso mal fatto sulla mia faccia stropicciata e ti dico che non serve, che ti devi fare la doccia sennò sei ancora in ritardo.
Non ne sei convinto e si vede, ma riesco a fingere bene. O tu riesci a fingere di non accorgertene.
Mi offri un caffè sotto casa tua. Parliamo d'altro.
Il mio sguardo sfugge al mio controllo, le mie orecchie anche.
''Cucciola cos'hai?'' ''La vuoi smettere di uccidermi?'' vorrei risponderti io.
Riappiccico il sorriso di prima che forse stavolta diventa solo una smorfia.
Scappa Tisi, scappa da quella cosa.
Vai, comprane cento di panette di burro.
E anche una cisterna d'acqua.
Bisogna spegnerle 'ste cazzo di braci.
Masturbati ancora dentro di me.
Non prenderla nemmeno la panetta di burro stavolta, fammi pure male.
Sussurrami parole d'amore mentre ti masturbi dentro di me.
Mi sentirò più vicina a lei.
[più di così]
Prendimi ovunque, adorami per lo più all'aperto.
Chissà in macchina se ti sei accorto.di tutte le canzoni che parlavano di me.
Entra, senza chiedere il permesso.
Prendila la panetta di burro, per lubrificarmi le labbra, perché quello che voglio dirti farà male. Più a me che a te.
Mi prendo il tempo per rivestirmi.piano.mentre tu dormi.
Scivolo silenziosa dentro i jeans.
Mi siedo per rimettermi i calzini e lì cedo.
Mi abbraccio e regalo al tuo parquet le mie lacrime silenziose. Le pesto per asciugarle, per punirle per non avermi chiesto il permesso.
Pochi e stanchi pensieri girano per la mia testa.
Il binario 5 mi attraversa i polmoni. Che bello eri quel giorno.
Ci si credeva ancora. E io partivo a stento. Mi sentivo mandata al confino, non al confine.
Ritorno sconvolta sul parquet. Mi infilo le scarpe e vado in bagno. Sorrido di sfuggita a tua madre.
Torno a svegliarti. Un po' dolce come ai vecchi tempi, un po' mamma scocciata. Lo percepisci e mi chiedi di sedermi lì sul letto vicino a te. Sputo un sorriso mal fatto sulla mia faccia stropicciata e ti dico che non serve, che ti devi fare la doccia sennò sei ancora in ritardo.
Non ne sei convinto e si vede, ma riesco a fingere bene. O tu riesci a fingere di non accorgertene.
Mi offri un caffè sotto casa tua. Parliamo d'altro.
Il mio sguardo sfugge al mio controllo, le mie orecchie anche.
''Cucciola cos'hai?'' ''La vuoi smettere di uccidermi?'' vorrei risponderti io.
Riappiccico il sorriso di prima che forse stavolta diventa solo una smorfia.
Scappa Tisi, scappa da quella cosa.
Vai, comprane cento di panette di burro.
E anche una cisterna d'acqua.
Bisogna spegnerle 'ste cazzo di braci.
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