Non guardiamo in faccia nessuno noi. Soprattutto io.
E ancora te ne sorprendi.
Mantova riaffiora superficialmente tra le mie fatiche di Ercole e ci tornerei volentieri in tutti quei treni e anche in altri per vedere se ho voglia di tornare. Che non ne sono sicura.
Di voler tornare.
Forse è proprio perché ti ho qui, che ti ho qui.
Tu, lo stronzo. E io, la codarda che si contraddice. ''E' perché non capiscono''. Escono dalla mia bocca 'ste parole. Non capiamo neanche noi probabilmente.
Ma intanto non penso e teniamo sveglio P. per toccarci ancora un po'. Testa, dici.
Regole, dico. Ancora non esaudite. Lo vedi, Patrizia?, non vuole. Non mi vuole casta.
Un versetto mi gira in testa con una fatalità inquietante: ''...e fuggirò le occasioni prossime di peccato''. Una (s)conversione.
Con tutte le ultime parole, sempre lì, sempre noi, sempre Seve come testimone del nostro matrimonio fallito, sempre l'ultima sigaretta affronto il ritorno con uno spirito nuovo.
Mi illudo. di essere. trattata meglio.
Comincio quindi da brava pittrice a deformarmi la mia solita marcia realtà. Ma c'è uno spiraglio tra le dita che mi sono messa negli occhi. Non mi piace quel sapore che sento in bocca.
Quella contentezza. Quel senso di proprietà. Quella quasi fiducia. Quel sapore di ''amore''.
E mi lascio rabbrividire.
E adesso che per servizio ci sentiamo per un paio di giorni sono...infastidita.
Mi vedo volere la mia solità sterilità. Mi ci ero piazzata bene.
Asettica. Emotivamente incapace di concepire, emoziona(ta)lmente sterile.
Finalmente non sporca.
Non è nei miei orgasmi che devi cercare finzione.
giovedì 2 dicembre 2010
martedì 23 novembre 2010
Pastelli
Aspettare una luce e supplicare ogni macchina di rallentare, di fermarti qui.
Die zeit che scorre, in entrambi i sensi.
Slim troppo stretti per queste gambe che vogliono solo correre.
Che è inverno e lo spleen non esce più dalle mie superga.
Lingua che brucia per il troppo fumo. Scintille di parole che mi scottano.
Tiro sempre troppo in fretta.
E scaldo me e il fumo sui Norman [Mx non me ne avere].
Meg sembra prendermi per il culo.
Lascio il thc, o qualsiasi magia quella cosa contenga, a farmi compagnia.
Ad aspettare che le tue ti lascino. Ti bisbiglio parole che non ti dirò mai.
Quando arrivi fermami piano dalla mia ricerca del centro.
Mi guardo nello specchietto come per dimostrarmi che sono ancora qui.
Guardo la matita nera dare un confine ai miei occhi affamati, e ricordo come mi sistemavo con cura prima che arrivassi. Ossessionata da quell'eyeliner instabile.
Quando ancora eri uno qualunque o quasi. Se mai lo sei stato.
Mi appisolo nei miei incubi, mummificata da quello che ho fumato.
Sogno dei nostri pastelli, sogno che te ne disegno mille di cuori di riserva. E anche un bel po' di cuori da festa.
Quelli li disegno un po' meglio, con la lingua in mezzo alle labbra come i bambini. Che qualche mezz'ora dopo tu mi dirai che volevi regalarmeli tutti neri. Mi parli di ricerche e di specialità della casa che non conosci. Ascolto scettica i tuoi discorsi ma sei sempre stato così ossessivo nei confronti di queste cose.
Intanto mi basta accarezzare quello spazio tra la barba e gli occhi.
Sorrido alle tue parole un filo paranoiche sul quanto sei stronzo a baciarmi, ché vuoi aspettare che sia davvero.
Davvero cosa. E' sempre stato davvero. Non sentirti in colpa per tutto il resto.
Che i pastelli sto correndo a comprarli.
Ti saluto sempre per ultimo. Per poterti dedicare qualche secondo in più. Si sa mai.
Avanzo.
Die zeit che scorre, in entrambi i sensi.
Slim troppo stretti per queste gambe che vogliono solo correre.
Che è inverno e lo spleen non esce più dalle mie superga.
Lingua che brucia per il troppo fumo. Scintille di parole che mi scottano.
Tiro sempre troppo in fretta.
E scaldo me e il fumo sui Norman [Mx non me ne avere].
Meg sembra prendermi per il culo.
Lascio il thc, o qualsiasi magia quella cosa contenga, a farmi compagnia.
Ad aspettare che le tue ti lascino. Ti bisbiglio parole che non ti dirò mai.
Quando arrivi fermami piano dalla mia ricerca del centro.
Mi guardo nello specchietto come per dimostrarmi che sono ancora qui.
Guardo la matita nera dare un confine ai miei occhi affamati, e ricordo come mi sistemavo con cura prima che arrivassi. Ossessionata da quell'eyeliner instabile.
Quando ancora eri uno qualunque o quasi. Se mai lo sei stato.
Mi appisolo nei miei incubi, mummificata da quello che ho fumato.
Sogno dei nostri pastelli, sogno che te ne disegno mille di cuori di riserva. E anche un bel po' di cuori da festa.
Quelli li disegno un po' meglio, con la lingua in mezzo alle labbra come i bambini. Che qualche mezz'ora dopo tu mi dirai che volevi regalarmeli tutti neri. Mi parli di ricerche e di specialità della casa che non conosci. Ascolto scettica i tuoi discorsi ma sei sempre stato così ossessivo nei confronti di queste cose.
Intanto mi basta accarezzare quello spazio tra la barba e gli occhi.
Sorrido alle tue parole un filo paranoiche sul quanto sei stronzo a baciarmi, ché vuoi aspettare che sia davvero.
Davvero cosa. E' sempre stato davvero. Non sentirti in colpa per tutto il resto.
Che i pastelli sto correndo a comprarli.
Ti saluto sempre per ultimo. Per poterti dedicare qualche secondo in più. Si sa mai.
Avanzo.
sabato 6 novembre 2010
Infinita ed infinitesimale
Come nei migliori copioni appena dopo che mi baci guardo da un'altra parte. Come se fossi il terzo incomodo che fa l'indifferente davanti all'eterna limonata dei suoi amichetti. Che era meglio se stava a casa. Il terzo incomodo. E forse anch'io.
Che te l'ho sempre detto che così vicino non riesco a guardarti. Che invece tu mi divori con quelle perle nere.
''Come sei bello quando sei eccitato. Con quegli occhi neri...così neri!''
Lei sa già tutto.
E oggi mi ascolto di nuovo quel Tiersen al vetriolo che mi hai regalato.
Piano.forte.voce.morte.a tempo.
Qualche lacrima ancora me la regalo.
E poi penso, ma sì. Chi vuoi che sia.
In fondo sono solo una presuntuosa (''Guarda guarda, Patrizia la superba''). Che non si arrende all'idea del qualunquismo. Dell'una fra tante. Cos'ho fatto poi. Nulla. Appunto. E allora ''Let it go''.
Non mi sono neanche comportata bene all'inizio.
Questo lo penso, veramente, con una consapevolezza che mi stordisce.
Perché sei talmente...sei talmente. che riusciresti a vedere qualcosa di speciale anche in qualcun'altro.
Che quello che sono io alla fine è solo una tua immagine.
Scrivi sempre bene di me però. Che sennò mi si sgualcisce il dipinto.
Ho una reputazione pittorica da mantenere, io.
E scrivimi bella. Bellissima. Come non lo sono mai stata.
E truccata bene, che dopo tutto l'eyeliner sia ancora lì e non che me lo ritrovo sulle caviglie.
E i lividi falli sembrare dolci, che poi la gente pensa male.
Però scrivici un po' più stupidi. Un po' più leggeri.
Come quelli che si mandano i cuori e che si scrivono le frasone strappate qua e là.
Non com'è in realtà, che ci lanciamo messaggi-bomba. Che le parole ce le inventiamo noi.
Che nascono e muoiono per noi. Che non le puoi usare per nessun'altro.
Ecco un po' più frivoli, che siamo sempre stati così pesanti.
Io poi.
E lo specchietto non usarlo mai. Che se non è con me m'incazzo.
Vedi? Ci sono ricascata, superba. Porgo la mano per lo schiaffo dovuto.
Dai che io e R. andiamo al mare. Che ci vestiamo a strati che non si sa mai quanto si sta via.
Così magari riesco a vedere. altro. e a convincermi. che non sono convinta.
A proposito, ora che ho preso lo stipendio, la prossima volta che ci vediamo portami il conto del monolocale che ti ho subaffittato. E fai fattura, che ci sono i controlli. Che ti controllo.
''Intanto. Incanto.'' Se non fosse così...così, è talmente bello che lo imparerei a memoria. Per recitarmelo mentre mi faccio una risonanza, che magari lo spazio stretto mi mette ansia. Buffo, dato che vivo in un monolocale.
Ma ti ricordi com'eravamo pieni?
Ecco, è qui che devi venire. Par coeur.
Che te l'ho sempre detto che così vicino non riesco a guardarti. Che invece tu mi divori con quelle perle nere.
''Come sei bello quando sei eccitato. Con quegli occhi neri...così neri!''
Lei sa già tutto.
E oggi mi ascolto di nuovo quel Tiersen al vetriolo che mi hai regalato.
Piano.forte.voce.morte.a tempo.
Qualche lacrima ancora me la regalo.
E poi penso, ma sì. Chi vuoi che sia.
In fondo sono solo una presuntuosa (''Guarda guarda, Patrizia la superba''). Che non si arrende all'idea del qualunquismo. Dell'una fra tante. Cos'ho fatto poi. Nulla. Appunto. E allora ''Let it go''.
Non mi sono neanche comportata bene all'inizio.
Questo lo penso, veramente, con una consapevolezza che mi stordisce.
Perché sei talmente...sei talmente. che riusciresti a vedere qualcosa di speciale anche in qualcun'altro.
Che quello che sono io alla fine è solo una tua immagine.
Scrivi sempre bene di me però. Che sennò mi si sgualcisce il dipinto.
Ho una reputazione pittorica da mantenere, io.
E scrivimi bella. Bellissima. Come non lo sono mai stata.
E truccata bene, che dopo tutto l'eyeliner sia ancora lì e non che me lo ritrovo sulle caviglie.
E i lividi falli sembrare dolci, che poi la gente pensa male.
Però scrivici un po' più stupidi. Un po' più leggeri.
Come quelli che si mandano i cuori e che si scrivono le frasone strappate qua e là.
Non com'è in realtà, che ci lanciamo messaggi-bomba. Che le parole ce le inventiamo noi.
Che nascono e muoiono per noi. Che non le puoi usare per nessun'altro.
Ecco un po' più frivoli, che siamo sempre stati così pesanti.
Io poi.
E lo specchietto non usarlo mai. Che se non è con me m'incazzo.
Vedi? Ci sono ricascata, superba. Porgo la mano per lo schiaffo dovuto.
Dai che io e R. andiamo al mare. Che ci vestiamo a strati che non si sa mai quanto si sta via.
Così magari riesco a vedere. altro. e a convincermi. che non sono convinta.
A proposito, ora che ho preso lo stipendio, la prossima volta che ci vediamo portami il conto del monolocale che ti ho subaffittato. E fai fattura, che ci sono i controlli. Che ti controllo.
''Intanto. Incanto.'' Se non fosse così...così, è talmente bello che lo imparerei a memoria. Per recitarmelo mentre mi faccio una risonanza, che magari lo spazio stretto mi mette ansia. Buffo, dato che vivo in un monolocale.
Ma ti ricordi com'eravamo pieni?
Ecco, è qui che devi venire. Par coeur.
venerdì 22 ottobre 2010
La valse
Bien que ton Amélie n'aura jamais sa valse.
Et ce piano cours dans mes lèvres avec la tuant douceur de tes mots.
Ta voix, elle va m'infliger la vie dans mes nuits sans reves.
Mais si ca doit etre ma mort, bon, j'ai choisi celle qui sonne mieux.
Parce que toi, tu a toujours su choisir les chansons les plus belles. De manière que je ne les écouterais jamais plus. Pour echapper à ton souvenir. Que j'espère seulement d'avoir été dans un cinéma.
Seulement pour regarder les expressions des autres présents.
Mais c'est une non-photo dans ma tete.
Et ce piano cours dans mes lèvres avec la tuant douceur de tes mots.
Ta voix, elle va m'infliger la vie dans mes nuits sans reves.
Mais si ca doit etre ma mort, bon, j'ai choisi celle qui sonne mieux.
Parce que toi, tu a toujours su choisir les chansons les plus belles. De manière que je ne les écouterais jamais plus. Pour echapper à ton souvenir. Que j'espère seulement d'avoir été dans un cinéma.
Seulement pour regarder les expressions des autres présents.
Mais c'est une non-photo dans ma tete.
martedì 19 ottobre 2010
Alba e bondage
Se solo avessi ascoltato il rumore di ogni lacrima e l'avessi impresso nella mia memoria.
Se solo le avessi ascoltate, quelle migliaia di lacrime.
Ho ascoltato solo le ultime, quelle di ieri notte che sanno delle notti di giugno.
Che la macchina non voleva mettersi in moto perché aveva paura che l'ammazzassi per ammazzare me.
Perché mi odio per essere così.
Che ormai mi sento solo Valduga. Cuore e cazzi.
Della serie ''Lui mi fa male e lo sa, ma ha capito e mi tratta per la troia che sono in realtà''.
Ci sta.
Che non l'abbiamo più fatto l'amore. Che era solo nella mia testa.
Che alla fine erano solo parole.
Che le uniche due che sono riuscita a farmi dire sono state: ''Non aspettarmi''.
Che non mi ero accorta dove mi stavi portando.
Mi stavi accompagnando ancora al mio loculo.
Che belli quei muri stretti di incomprensione. Li ho dipinti con tutte le mie voglie.
E c'era anche un tuo ritratto. Ci assomigliava proprio.
Che io vorrei portartele ancora le lingue di gatto e la crema al mascarpone all'una di notte.
Che ogni volta ti spaventavi vedendomi sfiorare lo spigolo con la testa.
Ma poi ti sei deciso ad afferrarmi i capelli e a guidarmi a quello spigolo.
Mi hai accarezzato la tempia sussurrandomi piano ''Proprio qui''.
Non sono riuscita a dirti addio. Nonostante tutto fosse pronto.
''Fai male con le parole''. Mi rimangono solo quelle.
Devo anche tacere, ora?
E allora legami, nel più cruento bondage, legami la lingua, legami le mani,
nascondimi carta e penna.
Che tanto è tutto qui nella mia testa. Per quella non hai abbastanza corda.
Perché ti ho superato, sono sempre stata davanti a te.
Ma è una gara in cui vince chi arriva ultimo.
''Un giorno, chissà.''
Un giorno, chissà, non sarò neanche più qui a guardarti, ma sarai solo un ricordo messo via bene,
con un po' di naftalina per non sgualcirlo.
Che quando avrò dei nipoti rovisterò in soffitta e gli mostrerò la pellicola che non abbiamo mai usato.
Dicendo che lì ci sta incisa la storia più bella che non è stata mai vissuta.
Cosa c'è di più bello di quello che ancora non hai vissuto?
E' ancora lì, intatto, nella forma di sogno.
Ma siamo sempre stati svegli.
Che io incrociavo mio padre alle sei e mezza di mattina e tu dormivi quelle tre ore per arrivare al lavoro ancora meno lucido del solito.
Non ci siamo concessi di sognare.
''Pensavo di avertela già fatta l'iniezione letale.''
Lo dici quasi con orgoglio. Che c'hai fatto un quadretto con la siringa.
Una bestia così non capita tutti i giorni.
E ora ho i tuoi batteri a ricordarmi che ci sei.
Prenderò un antibiotico anche per te. Ti debello.
Perché non so cosa voglio fare, ma non voglio vivere così.
Ritiro i miei organi da questo investimento.
Perché ho parlato fin troppo e non ho trovato orecchie.
Ho trovato solo lombi infuocati che mi hanno marchiata e ora la gente vede la lettera scarlatta sul mio ventre.
Oggi sono contenta. Non ho detto una parola. E non mi è stata rivolta parola.
Forse si è capito il dramma che mi scuote.
Che dico di avere gli occhi lucidi per la malattia o per le bollicine della Cocacola cercando la colla per appiccicare un altro sorriso.
Che mi sembra di svegliarmi finalmente.
E di capire che era solo delirio, che era dormiveglia febbricitante, che ora non ho più la pelle gialla.
Che ora non sudo più come i tossici a rota.
Che la droga è finita ma chissenefrega.
Che a Codroipo non ci passo più.
Che una margherita sull'orecchio e una coperta con gli elefanti non le ho mai viste.
Che a Gonzaga non ci sono mai stata.
Che i tuoi occhi in quella foto in un treno non li ho mai visti, che non stavano guardando me.
Che non me le sono mai fatte togliere otto provette di sangue.
Che non ho mai finto nonostante i tuoi dubbi.
Che non l'ho mai aspettata una Slingerland.
Che meno per meno non fa più.
Che la coperta ora è fredda.
Che non disssimulo più il tuo sporco.
Che il tuo libro lo comprerò lo stesso.
E che il centro sociale affacciato sulle discariche e sul mare lo sto già costruendo.
Che quel biglietto nel portafoglio lo getterai e Palais Royal vedrà solo me e la mia nevrastenia.
Che mi cambio il cognome in Raskòl'nikova.
Attendo venerdì come se fosse il 12 giugno.
Non saranno quattro giacche napoleoniche ma un corpo sottile dai minuscoli seni a farmi deragliare.
Che stavolta i lividi saranno interni e che me li accarezzerò aprendomi le carni.
Che mi porto il mare a dicembre, sono io tra cinque anni.
Che voglio abbracciarmi adesso per ricordarmene tra 5 anni.
Che nello stesso giorno vado in copisteria a portare la tesi e ad un colloquio per un lavoro.
Che ti ho ancora nelle fibre muscolari, e dimagrisco male per non averne più.
Che questa è la mia vendetta.
Ti elimino dal mio corpo. E apro anche un'associazione umanitaria per sensibilizzare la gente.
Uscendo ti sistemo il tappeto, con cura.
Non te lo stropiccio più.
Non ti tengo più sveglio col mio ciarlare.
Non segno più gli 11 nel registro.
Non mi volto più quando scendo per vederti mandarmi un bacio.
Non mi innamoro più dei tuoi occhi rossi.
Non ti accendo più la sigaretta.
Non accendermela più.
Non mi faccio girare più.
Non ti chiedo più di girarmi.
Non ti guardo più arrivare in bicicletta.
Ora mi metto a letto e aspetto solo che la guerra finisca.
Che le crocerossine mi fascino i moncherini.
Che la bomba che mi hai messo ancora in mano non l'ho riconosciuta.
Non ho visto che era uguale. Mi si sono riaperte le cicatrici. E ne devo cucire di nuove, che sopra le vecchie, si sa, non cicatrizza più.
Aspetto solo che mi ricresca il cuore.
Se solo le avessi ascoltate, quelle migliaia di lacrime.
Ho ascoltato solo le ultime, quelle di ieri notte che sanno delle notti di giugno.
Che la macchina non voleva mettersi in moto perché aveva paura che l'ammazzassi per ammazzare me.
Perché mi odio per essere così.
Che ormai mi sento solo Valduga. Cuore e cazzi.
Della serie ''Lui mi fa male e lo sa, ma ha capito e mi tratta per la troia che sono in realtà''.
Ci sta.
Che non l'abbiamo più fatto l'amore. Che era solo nella mia testa.
Che alla fine erano solo parole.
Che le uniche due che sono riuscita a farmi dire sono state: ''Non aspettarmi''.
Che non mi ero accorta dove mi stavi portando.
Mi stavi accompagnando ancora al mio loculo.
Che belli quei muri stretti di incomprensione. Li ho dipinti con tutte le mie voglie.
E c'era anche un tuo ritratto. Ci assomigliava proprio.
Che io vorrei portartele ancora le lingue di gatto e la crema al mascarpone all'una di notte.
Che ogni volta ti spaventavi vedendomi sfiorare lo spigolo con la testa.
Ma poi ti sei deciso ad afferrarmi i capelli e a guidarmi a quello spigolo.
Mi hai accarezzato la tempia sussurrandomi piano ''Proprio qui''.
Non sono riuscita a dirti addio. Nonostante tutto fosse pronto.
''Fai male con le parole''. Mi rimangono solo quelle.
Devo anche tacere, ora?
E allora legami, nel più cruento bondage, legami la lingua, legami le mani,
nascondimi carta e penna.
Che tanto è tutto qui nella mia testa. Per quella non hai abbastanza corda.
Perché ti ho superato, sono sempre stata davanti a te.
Ma è una gara in cui vince chi arriva ultimo.
''Un giorno, chissà.''
Un giorno, chissà, non sarò neanche più qui a guardarti, ma sarai solo un ricordo messo via bene,
con un po' di naftalina per non sgualcirlo.
Che quando avrò dei nipoti rovisterò in soffitta e gli mostrerò la pellicola che non abbiamo mai usato.
Dicendo che lì ci sta incisa la storia più bella che non è stata mai vissuta.
Cosa c'è di più bello di quello che ancora non hai vissuto?
E' ancora lì, intatto, nella forma di sogno.
Ma siamo sempre stati svegli.
Che io incrociavo mio padre alle sei e mezza di mattina e tu dormivi quelle tre ore per arrivare al lavoro ancora meno lucido del solito.
Non ci siamo concessi di sognare.
''Pensavo di avertela già fatta l'iniezione letale.''
Lo dici quasi con orgoglio. Che c'hai fatto un quadretto con la siringa.
Una bestia così non capita tutti i giorni.
E ora ho i tuoi batteri a ricordarmi che ci sei.
Prenderò un antibiotico anche per te. Ti debello.
Perché non so cosa voglio fare, ma non voglio vivere così.
Ritiro i miei organi da questo investimento.
Perché ho parlato fin troppo e non ho trovato orecchie.
Ho trovato solo lombi infuocati che mi hanno marchiata e ora la gente vede la lettera scarlatta sul mio ventre.
Oggi sono contenta. Non ho detto una parola. E non mi è stata rivolta parola.
Forse si è capito il dramma che mi scuote.
Che dico di avere gli occhi lucidi per la malattia o per le bollicine della Cocacola cercando la colla per appiccicare un altro sorriso.
Che mi sembra di svegliarmi finalmente.
E di capire che era solo delirio, che era dormiveglia febbricitante, che ora non ho più la pelle gialla.
Che ora non sudo più come i tossici a rota.
Che la droga è finita ma chissenefrega.
Che a Codroipo non ci passo più.
Che una margherita sull'orecchio e una coperta con gli elefanti non le ho mai viste.
Che a Gonzaga non ci sono mai stata.
Che i tuoi occhi in quella foto in un treno non li ho mai visti, che non stavano guardando me.
Che non me le sono mai fatte togliere otto provette di sangue.
Che non ho mai finto nonostante i tuoi dubbi.
Che non l'ho mai aspettata una Slingerland.
Che meno per meno non fa più.
Che la coperta ora è fredda.
Che non disssimulo più il tuo sporco.
Che il tuo libro lo comprerò lo stesso.
E che il centro sociale affacciato sulle discariche e sul mare lo sto già costruendo.
Che quel biglietto nel portafoglio lo getterai e Palais Royal vedrà solo me e la mia nevrastenia.
Che mi cambio il cognome in Raskòl'nikova.
Attendo venerdì come se fosse il 12 giugno.
Non saranno quattro giacche napoleoniche ma un corpo sottile dai minuscoli seni a farmi deragliare.
Che stavolta i lividi saranno interni e che me li accarezzerò aprendomi le carni.
Che mi porto il mare a dicembre, sono io tra cinque anni.
Che voglio abbracciarmi adesso per ricordarmene tra 5 anni.
Che nello stesso giorno vado in copisteria a portare la tesi e ad un colloquio per un lavoro.
Che ti ho ancora nelle fibre muscolari, e dimagrisco male per non averne più.
Che questa è la mia vendetta.
Ti elimino dal mio corpo. E apro anche un'associazione umanitaria per sensibilizzare la gente.
Uscendo ti sistemo il tappeto, con cura.
Non te lo stropiccio più.
Non ti tengo più sveglio col mio ciarlare.
Non segno più gli 11 nel registro.
Non mi volto più quando scendo per vederti mandarmi un bacio.
Non mi innamoro più dei tuoi occhi rossi.
Non ti accendo più la sigaretta.
Non accendermela più.
Non mi faccio girare più.
Non ti chiedo più di girarmi.
Non ti guardo più arrivare in bicicletta.
Ora mi metto a letto e aspetto solo che la guerra finisca.
Che le crocerossine mi fascino i moncherini.
Che la bomba che mi hai messo ancora in mano non l'ho riconosciuta.
Non ho visto che era uguale. Mi si sono riaperte le cicatrici. E ne devo cucire di nuove, che sopra le vecchie, si sa, non cicatrizza più.
Aspetto solo che mi ricresca il cuore.
lunedì 18 ottobre 2010
Luce verde
Vorrei avere le corde.
Aprire le gambe e farmi suonare.
Farmi accordare la testa e per una volta suonare bene. Sentire di non stonare.
Giusto per provare com'è, poi giuro che mi scordo, che suono male ancora.
Farò la brava.
Promesso.
Aprire le gambe e farmi suonare.
Farmi accordare la testa e per una volta suonare bene. Sentire di non stonare.
Giusto per provare com'è, poi giuro che mi scordo, che suono male ancora.
Farò la brava.
Promesso.
lunedì 11 ottobre 2010
Anche.ad.ottobre.se.ti.pare.
Me ne accorgo come una stupida, grazie a una cugina sconosciuta, che non ci sei più.
Vorrei sapere perché a son di Tavernello e birra del Lidl.
Vorrei sapere tante altre cose, che sfogliandoti intuisco.
Avanti R., butta quella merda e vien qua. Che se imbriaghemo e se destiremo soa cuertina insieme.
[Scaldiamoci un po'. Lì dove sappiamo.]
Vorrei sapere perché a son di Tavernello e birra del Lidl.
Vorrei sapere tante altre cose, che sfogliandoti intuisco.
Avanti R., butta quella merda e vien qua. Che se imbriaghemo e se destiremo soa cuertina insieme.
[Scaldiamoci un po'. Lì dove sappiamo.]
domenica 10 ottobre 2010
Ma poi reagisco. agli scompensi. che hai.
Masturbati.
Masturbati ancora dentro di me.
Non prenderla nemmeno la panetta di burro stavolta, fammi pure male.
Sussurrami parole d'amore mentre ti masturbi dentro di me.
Mi sentirò più vicina a lei.
[più di così]
Prendimi ovunque, adorami per lo più all'aperto.
Chissà in macchina se ti sei accorto.di tutte le canzoni che parlavano di me.
Entra, senza chiedere il permesso.
Prendila la panetta di burro, per lubrificarmi le labbra, perché quello che voglio dirti farà male. Più a me che a te.
Mi prendo il tempo per rivestirmi.piano.mentre tu dormi.
Scivolo silenziosa dentro i jeans.
Mi siedo per rimettermi i calzini e lì cedo.
Mi abbraccio e regalo al tuo parquet le mie lacrime silenziose. Le pesto per asciugarle, per punirle per non avermi chiesto il permesso.
Pochi e stanchi pensieri girano per la mia testa.
Il binario 5 mi attraversa i polmoni. Che bello eri quel giorno.
Ci si credeva ancora. E io partivo a stento. Mi sentivo mandata al confino, non al confine.
Ritorno sconvolta sul parquet. Mi infilo le scarpe e vado in bagno. Sorrido di sfuggita a tua madre.
Torno a svegliarti. Un po' dolce come ai vecchi tempi, un po' mamma scocciata. Lo percepisci e mi chiedi di sedermi lì sul letto vicino a te. Sputo un sorriso mal fatto sulla mia faccia stropicciata e ti dico che non serve, che ti devi fare la doccia sennò sei ancora in ritardo.
Non ne sei convinto e si vede, ma riesco a fingere bene. O tu riesci a fingere di non accorgertene.
Mi offri un caffè sotto casa tua. Parliamo d'altro.
Il mio sguardo sfugge al mio controllo, le mie orecchie anche.
''Cucciola cos'hai?'' ''La vuoi smettere di uccidermi?'' vorrei risponderti io.
Riappiccico il sorriso di prima che forse stavolta diventa solo una smorfia.
Scappa Tisi, scappa da quella cosa.
Vai, comprane cento di panette di burro.
E anche una cisterna d'acqua.
Bisogna spegnerle 'ste cazzo di braci.
Masturbati ancora dentro di me.
Non prenderla nemmeno la panetta di burro stavolta, fammi pure male.
Sussurrami parole d'amore mentre ti masturbi dentro di me.
Mi sentirò più vicina a lei.
[più di così]
Prendimi ovunque, adorami per lo più all'aperto.
Chissà in macchina se ti sei accorto.di tutte le canzoni che parlavano di me.
Entra, senza chiedere il permesso.
Prendila la panetta di burro, per lubrificarmi le labbra, perché quello che voglio dirti farà male. Più a me che a te.
Mi prendo il tempo per rivestirmi.piano.mentre tu dormi.
Scivolo silenziosa dentro i jeans.
Mi siedo per rimettermi i calzini e lì cedo.
Mi abbraccio e regalo al tuo parquet le mie lacrime silenziose. Le pesto per asciugarle, per punirle per non avermi chiesto il permesso.
Pochi e stanchi pensieri girano per la mia testa.
Il binario 5 mi attraversa i polmoni. Che bello eri quel giorno.
Ci si credeva ancora. E io partivo a stento. Mi sentivo mandata al confino, non al confine.
Ritorno sconvolta sul parquet. Mi infilo le scarpe e vado in bagno. Sorrido di sfuggita a tua madre.
Torno a svegliarti. Un po' dolce come ai vecchi tempi, un po' mamma scocciata. Lo percepisci e mi chiedi di sedermi lì sul letto vicino a te. Sputo un sorriso mal fatto sulla mia faccia stropicciata e ti dico che non serve, che ti devi fare la doccia sennò sei ancora in ritardo.
Non ne sei convinto e si vede, ma riesco a fingere bene. O tu riesci a fingere di non accorgertene.
Mi offri un caffè sotto casa tua. Parliamo d'altro.
Il mio sguardo sfugge al mio controllo, le mie orecchie anche.
''Cucciola cos'hai?'' ''La vuoi smettere di uccidermi?'' vorrei risponderti io.
Riappiccico il sorriso di prima che forse stavolta diventa solo una smorfia.
Scappa Tisi, scappa da quella cosa.
Vai, comprane cento di panette di burro.
E anche una cisterna d'acqua.
Bisogna spegnerle 'ste cazzo di braci.
mercoledì 29 settembre 2010
Noia e lacrime di un mercoledì
Un amore muore.
Tutti gli amori muoiono. Possono morire.
Tranne quelli nati a Parigi.
E' impossibile non amare a Parigi.
E' per quello che ci vedremo lì.
Per amarci dopo dieci anni. Per amarci come non siamo riusciti qui.
Non ci credi? E invece ce la faremo.
Trent'anni. E trentatré. Ci ameremo. Tardi, ma noi non siamo mai stati al passo.
Però ogni tanto ricordami.
Suonami magari.
Festeggeremo il nuovo anno con l'amore in bocca, talmente tanto che avremo la guancia gonfia da un lato.
Me lo vedo già il tuo sorriso sbiadito, me lo vedo già il mio storto, sconnesso, che si ribella ai muscoli del mio viso.
Sorriderò di più.
Vivremo quel giorno amandoci, come mai abbiamo amato prima di quel giorno e come mai ameremo dopo.
E poi via, tu col tuo aereo, io (spero) solo con le chiavi di casa.
Prima metro. Sorriderò ebete al vetro sentendo gli sguardi dei passegeri che si interrogano su una mia eventuale tossicodipendenza.
Immagino il tuo, mentre torni dalla tua famiglia cercando di sopprimere tutto, come fai sempre.
Non moriremo a Parigi. Risorgeremo.
Cammineremo per mano con le nostre vite, silenziosi come sempre, pensando a chissà cosa ma chi se ne frega.
Siamo lì e ci basta.
E' tutto fermo.
''Il prossimo, il remoto, il passato e il futuro non sono più niente''.
Tutti gli amori muoiono. Possono morire.
Tranne quelli nati a Parigi.
E' impossibile non amare a Parigi.
E' per quello che ci vedremo lì.
Per amarci dopo dieci anni. Per amarci come non siamo riusciti qui.
Non ci credi? E invece ce la faremo.
Trent'anni. E trentatré. Ci ameremo. Tardi, ma noi non siamo mai stati al passo.
Però ogni tanto ricordami.
Suonami magari.
Festeggeremo il nuovo anno con l'amore in bocca, talmente tanto che avremo la guancia gonfia da un lato.
Me lo vedo già il tuo sorriso sbiadito, me lo vedo già il mio storto, sconnesso, che si ribella ai muscoli del mio viso.
Sorriderò di più.
Vivremo quel giorno amandoci, come mai abbiamo amato prima di quel giorno e come mai ameremo dopo.
E poi via, tu col tuo aereo, io (spero) solo con le chiavi di casa.
Prima metro. Sorriderò ebete al vetro sentendo gli sguardi dei passegeri che si interrogano su una mia eventuale tossicodipendenza.
Immagino il tuo, mentre torni dalla tua famiglia cercando di sopprimere tutto, come fai sempre.
Non moriremo a Parigi. Risorgeremo.
Cammineremo per mano con le nostre vite, silenziosi come sempre, pensando a chissà cosa ma chi se ne frega.
Siamo lì e ci basta.
E' tutto fermo.
''Il prossimo, il remoto, il passato e il futuro non sono più niente''.
Eravamo in due. Ma non si andava mai a tempo.
Che poi li odio i tergi della mia 500. Hanno solo 2 velocità.
Una lentissima e una insufficientemente veloce.
Forse gli ingegneri sottopagati della Fiat hanno pensato di progettarla per infastidire il più possibile il cliente finale.
Tra i fastidi abbiamo:
- clacson con le adenoidi (è molto poco virile)
- 3 porte
- i parasole cadenti
- portaoggetti atto a nascondere il fumo: assente (che ti devi accontentare dei buchi nei coprisedili)
- servosterzo: assente
- freno a mano: per bellezza (che poi non è neanche lontanamente carino)
- riscaldamento tropicale senza mezze vie d'inverno.
- riscaldamento tropicale senza mezze vie d'estate.
- le mezze stagioni propongono: foglie secche sul viso all'apertura delle bocchette o (stessa dinamica) fiori dei pioppi su per il naso.
Ma la cosa peggiore sono i suddetti tergi.
La prima velocità: una merda. Inutile quando piove poco. E' troppo lento e le gocce si seccano. La malignità di tutto ciò è che quando arriverà il Sole contro avrai una comoda visione opaca a pois.
la seconda velocità: una stronza. Quando piove sul serio desideri di non averla. E' più l'inquinamento acustico e visivo che una reale funzionalità.
La pioggia te la spalmano, non la spostano. Maledetti.
''Che fortuna Ilaria, ha anche la quinta!!!'' ha detto mia madre, entusiasta, quando l'ho comprata.
Insomma, nessuno si aspettava granché e la Fiat ha diligentemente pensato di soddisfare le aspettative del consumatore.
Che poi non so perché quando piove non si pulisce mai la carrozzeria. Dispettosa.
Che mi tocca sporgermi come un suicida dalla finestra del bagno e gettargli una secchiata di detersivo per pulirla un po'.
Dai, asciugami le lacrime, alla prima velocità così quando c'è il sole e voglio sorridere potrò evitare di farlo concentrandomi su quelle gocce secche che sembrano scolpite sulle mie guance di vetro.
O forse è meglio non vedere?
Seconda velocità sorprendimi.
Una lentissima e una insufficientemente veloce.
Forse gli ingegneri sottopagati della Fiat hanno pensato di progettarla per infastidire il più possibile il cliente finale.
Tra i fastidi abbiamo:
- clacson con le adenoidi (è molto poco virile)
- 3 porte
- i parasole cadenti
- portaoggetti atto a nascondere il fumo: assente (che ti devi accontentare dei buchi nei coprisedili)
- servosterzo: assente
- freno a mano: per bellezza (che poi non è neanche lontanamente carino)
- riscaldamento tropicale senza mezze vie d'inverno.
- riscaldamento tropicale senza mezze vie d'estate.
- le mezze stagioni propongono: foglie secche sul viso all'apertura delle bocchette o (stessa dinamica) fiori dei pioppi su per il naso.
Ma la cosa peggiore sono i suddetti tergi.
La prima velocità: una merda. Inutile quando piove poco. E' troppo lento e le gocce si seccano. La malignità di tutto ciò è che quando arriverà il Sole contro avrai una comoda visione opaca a pois.
la seconda velocità: una stronza. Quando piove sul serio desideri di non averla. E' più l'inquinamento acustico e visivo che una reale funzionalità.
La pioggia te la spalmano, non la spostano. Maledetti.
''Che fortuna Ilaria, ha anche la quinta!!!'' ha detto mia madre, entusiasta, quando l'ho comprata.
Insomma, nessuno si aspettava granché e la Fiat ha diligentemente pensato di soddisfare le aspettative del consumatore.
Che poi non so perché quando piove non si pulisce mai la carrozzeria. Dispettosa.
Che mi tocca sporgermi come un suicida dalla finestra del bagno e gettargli una secchiata di detersivo per pulirla un po'.
Dai, asciugami le lacrime, alla prima velocità così quando c'è il sole e voglio sorridere potrò evitare di farlo concentrandomi su quelle gocce secche che sembrano scolpite sulle mie guance di vetro.
O forse è meglio non vedere?
Seconda velocità sorprendimi.
lunedì 27 settembre 2010
Ci vuol poco a scordarsi da dove eri partito
Non c'è giustizia.
E non è retorica.
Questa cazzo di giustizia non c'è.
Si è nascosta chissà dove. Per dispetto.
La cercavano in troppi.
Forse aveva qualche losco affare per le mani.
Fatto sta che la signorina è assente.
E 100 chiamate al giorno non bastano a farla tornare. Neanche 150.
Esigente.
Ma esente. Da meritocrazia.
Ci tiene a mantenere la sua verginità a scapito del c**o degli altri.
Ma sì, scriviamolo. Culo.
Destinati all'omosessualità. Quella passiva.
Quella che o la ami o la odi.
Ma non imparerai mai ad amarla.
Perché senti che lì non ci dovrebbe entrare niente.
Ma spinge, e tu aspetti solo il momento della stoccata.
Che arriva in un soleggiato mezogiorno di fine settembre, quando il tuo culo, appunto, si è abituato a sprofondare in una sedia scomoda,
quando la Ballata del Lavoro Interinale ti gira in testa e te la senti sulla pelle forse per la prima volta,
quando gli insetti fuori combattono con il vetro a specchio,
quando gli aerei lasciano il segno e tu vorresti essere lì ma anche no.
Proprio lì.
Entra che è un piacere. Ma anche no.
Ma entra facilmente,
vero Clara?
E non è retorica.
Questa cazzo di giustizia non c'è.
Si è nascosta chissà dove. Per dispetto.
La cercavano in troppi.
Forse aveva qualche losco affare per le mani.
Fatto sta che la signorina è assente.
E 100 chiamate al giorno non bastano a farla tornare. Neanche 150.
Esigente.
Ma esente. Da meritocrazia.
Ci tiene a mantenere la sua verginità a scapito del c**o degli altri.
Ma sì, scriviamolo. Culo.
Destinati all'omosessualità. Quella passiva.
Quella che o la ami o la odi.
Ma non imparerai mai ad amarla.
Perché senti che lì non ci dovrebbe entrare niente.
Ma spinge, e tu aspetti solo il momento della stoccata.
Che arriva in un soleggiato mezogiorno di fine settembre, quando il tuo culo, appunto, si è abituato a sprofondare in una sedia scomoda,
quando la Ballata del Lavoro Interinale ti gira in testa e te la senti sulla pelle forse per la prima volta,
quando gli insetti fuori combattono con il vetro a specchio,
quando gli aerei lasciano il segno e tu vorresti essere lì ma anche no.
Proprio lì.
Entra che è un piacere. Ma anche no.
Ma entra facilmente,
vero Clara?
Quel favoloso mondo
Io sono così. solo che tu non sorridi. Neanche ti accorgi che sono dietro di te, anzi. Cerchi qualcun'altro da metterci. Ma sono io l'incastro perfetto.
Quindi sorridi, mi hai trovata e non serve che ti fermi, io sono già lì.
Sorridi amore mio.
Quindi sorridi, mi hai trovata e non serve che ti fermi, io sono già lì.
Sorridi amore mio.
venerdì 17 settembre 2010
Voglio essere Lady Gaga o 'Della leggerezza della stupidità'
Come vorrei essere la Lady Gaga della situazione. Pensare solo alla prossima parrucca da indossare.È il peso dell’intelligenza. Della coscienza dell’esistenza.
Un’esistenza che al pari di Lady Gaga mando avanti senza sapere bene come o perché: ogni mattina a qualche ora mi sveglierò.
Non voglio trascinarmi e trovarmi alla fine dovendo ammettere di essermi fatta portare dalla corrente.
Voglio fare qualche bracciata contro, voglio avere il fiatone ma sorridere, anche solo per un centimetro in più.
Voglio sentirmi sola ma parte del mondo.
Voglio la mia ancora, la mia luna sempre piena da guardare quando le forze mancano e la corrente sembra approfittarne per portarmi chissà dove.
Voglio respirare la mia vita sapendo che la sto apprezzando per davvero, voglio perdere le unghie a forza di scavare, voglio avere il piacere di cercare, quello di trovare, quello di condividere, anche solo con uno sguardo verso il cielo.
Voglio una persona che studi la mia lingua.
Voglio una persona che mi sfogli e mi annusi lentamente come il libro più prezioso che c’è.
Un’esistenza che al pari di Lady Gaga mando avanti senza sapere bene come o perché: ogni mattina a qualche ora mi sveglierò.
Non voglio trascinarmi e trovarmi alla fine dovendo ammettere di essermi fatta portare dalla corrente.
Voglio fare qualche bracciata contro, voglio avere il fiatone ma sorridere, anche solo per un centimetro in più.
Voglio sentirmi sola ma parte del mondo.
Voglio la mia ancora, la mia luna sempre piena da guardare quando le forze mancano e la corrente sembra approfittarne per portarmi chissà dove.
Voglio respirare la mia vita sapendo che la sto apprezzando per davvero, voglio perdere le unghie a forza di scavare, voglio avere il piacere di cercare, quello di trovare, quello di condividere, anche solo con uno sguardo verso il cielo.
Voglio una persona che studi la mia lingua.
Voglio una persona che mi sfogli e mi annusi lentamente come il libro più prezioso che c’è.
Transennami
Che cosa succede quando hai in mano il tuo futuro e non sai cosa farne, quando non sai come plasmarlo?
Quando ti accorgi che per sopravvivere alla realtà che ti circonda ci applichi una pellicola trasparente che la rende un po’ più lucida, quando la colori come più ti piace, come vorresti che in realtà fosse?
Perché ormai non riesci neanche più a guardare una pubblicità senza schifarti del ‘sistema’.
Un dittamo di prodotti che ti vengono resi necessari, che servono ad avvicinarti alla casta dominante, che vogliono creare coinvolgimento ed euforia, ma che in realtà hanno solo la pretesa di farti uniformare per poterti meglio controllare.
È questa la chiave: il controllo.
Loro decidono la moda, loro decidono l’informazione, loro decidono la disinformazione, loro decidono chi va tenuto e chi è scomodo. Non c’è maniera di bypassarli. Non se vuoi uscire allo scoperto.
Ti fanno credere di poter creare scompiglio ma in realtà decidono in che quantità.
Anche se il viola si fa sentire, è un popolo che sarà sempre limitato dagli altri colori, perché loro fanno più tendenza. Perché loro hanno le transenne.
Quando ti accorgi che per sopravvivere alla realtà che ti circonda ci applichi una pellicola trasparente che la rende un po’ più lucida, quando la colori come più ti piace, come vorresti che in realtà fosse?
Perché ormai non riesci neanche più a guardare una pubblicità senza schifarti del ‘sistema’.
Un dittamo di prodotti che ti vengono resi necessari, che servono ad avvicinarti alla casta dominante, che vogliono creare coinvolgimento ed euforia, ma che in realtà hanno solo la pretesa di farti uniformare per poterti meglio controllare.
È questa la chiave: il controllo.
Loro decidono la moda, loro decidono l’informazione, loro decidono la disinformazione, loro decidono chi va tenuto e chi è scomodo. Non c’è maniera di bypassarli. Non se vuoi uscire allo scoperto.
Ti fanno credere di poter creare scompiglio ma in realtà decidono in che quantità.
Anche se il viola si fa sentire, è un popolo che sarà sempre limitato dagli altri colori, perché loro fanno più tendenza. Perché loro hanno le transenne.
Anafora della stanchezza con omaggio al poeta e amico Matteo Zara
Stanca di un modo di vivere mediocre, che non mi assomiglia, che non assimilo.Stanca di essere “speciale”, ma di venire comunque rifiutata.
Stanca di sentire parole vuote, ricche solo di sintassi articolata, ma vacue di semantica.
Stanca di vedere i miei occhi piangere per la nullità del mio essere.
Stanca di vederli piangere per la crudeltà degli altri.
Stanca di rimanere qui, a fare le solite cose, un’infinita sbornia che procurerà solo un forte mal di testa.
Stanca di sognare altri sfondi per la mia figura, altri luoghi per nutrire i miei occhi.
Stanca di dover respirare a vuoto, solo per dovere e non per piacere di sentire l’aria dentro di me.
Stanca dei limiti umani.
Stanca dei tuoi limiti che mi lasciano qui, ad accartocciarmi su me stessa come carta nel fuoco.
Stanca del nichilismo che mi straripa dal cuore.
Stanca di costruire argini per la mia personalità, per i miei cazzo di sentimenti assurdi che ognuno come in una scadente fiction, melodrammaticamente custodisce per non si sa chi o non si sa che cosa, perdendosi ogni volta un’occasione di felicità.
Stanca di cercare disperatamente questa occasione e trovare solo spaventapasseri al posto di persone.
Stanca degli studi inconcludenti.
Stanca di sognare Parigi e i tuoi occhi stanchi.
Stanca del mio corpo mai adatto ad una conversazione.
Stanca del volgare estetismo dei miei tempi.
Stanca del sistema accentratore che divide le masse e del sistema corrotto che unisce i criminali.
Stanca di una politica federalista che sputa sulla giubba garibaldina.
Stanca dell’indotta cecità popolare.
Stanca di dovermi fare male per sentire qualcosa.
Stanca di dovermi alterare per non sentire niente.
Stanca di dover bere medicine per lo stomaco e birre per la testa.
Stanca di non aspettarmi più niente dalla vita.
Stanca di dovermi spegnere.
Stanca dei bocconi amari che mi hai messo sul piatto.
Stanca di dover guidare nella stessa direzione e non arrivare mai a qualcosa.
Stanca di dover provare qualsiasi cosa per sentirmi minimamente appagata.
Stanca di sentir bruciare le mie braccia, indigesta carcassa delle mie isteriche mani.
Stanca di doverle nascondere.
Stanca di dovermi nascondere. Dietro falsi sorrisi e falsa ilarità. Il mio nome mi condanna.
Stanca di dover giocare ogni volta con i miei sogni e i mie sentimenti del cazzo.
Stanca di doverti rincorrere per queste montagne.
Stanca di cercare una direzione.
Stanca degli attacchi isterici e paranoidi che nessuno cura ma che ognuno fomenta.
Stanca di dovermi imporre normalità dove la normalità non esiste.
Stanca di sentire parole vuote, ricche solo di sintassi articolata, ma vacue di semantica.
Stanca di vedere i miei occhi piangere per la nullità del mio essere.
Stanca di vederli piangere per la crudeltà degli altri.
Stanca di rimanere qui, a fare le solite cose, un’infinita sbornia che procurerà solo un forte mal di testa.
Stanca di sognare altri sfondi per la mia figura, altri luoghi per nutrire i miei occhi.
Stanca di dover respirare a vuoto, solo per dovere e non per piacere di sentire l’aria dentro di me.
Stanca dei limiti umani.
Stanca dei tuoi limiti che mi lasciano qui, ad accartocciarmi su me stessa come carta nel fuoco.
Stanca del nichilismo che mi straripa dal cuore.
Stanca di costruire argini per la mia personalità, per i miei cazzo di sentimenti assurdi che ognuno come in una scadente fiction, melodrammaticamente custodisce per non si sa chi o non si sa che cosa, perdendosi ogni volta un’occasione di felicità.
Stanca di cercare disperatamente questa occasione e trovare solo spaventapasseri al posto di persone.
Stanca degli studi inconcludenti.
Stanca di sognare Parigi e i tuoi occhi stanchi.
Stanca del mio corpo mai adatto ad una conversazione.
Stanca del volgare estetismo dei miei tempi.
Stanca del sistema accentratore che divide le masse e del sistema corrotto che unisce i criminali.
Stanca di una politica federalista che sputa sulla giubba garibaldina.
Stanca dell’indotta cecità popolare.
Stanca di dovermi fare male per sentire qualcosa.
Stanca di dovermi alterare per non sentire niente.
Stanca di dover bere medicine per lo stomaco e birre per la testa.
Stanca di non aspettarmi più niente dalla vita.
Stanca di dovermi spegnere.
Stanca dei bocconi amari che mi hai messo sul piatto.
Stanca di dover guidare nella stessa direzione e non arrivare mai a qualcosa.
Stanca di dover provare qualsiasi cosa per sentirmi minimamente appagata.
Stanca di sentir bruciare le mie braccia, indigesta carcassa delle mie isteriche mani.
Stanca di doverle nascondere.
Stanca di dovermi nascondere. Dietro falsi sorrisi e falsa ilarità. Il mio nome mi condanna.
Stanca di dover giocare ogni volta con i miei sogni e i mie sentimenti del cazzo.
Stanca di doverti rincorrere per queste montagne.
Stanca di cercare una direzione.
Stanca degli attacchi isterici e paranoidi che nessuno cura ma che ognuno fomenta.
Stanca di dovermi imporre normalità dove la normalità non esiste.
Redundance o 'Dell'andiamo al cinematografo'
Sono costretta a fare i conti con la mia cinematografia, con i miei ‘’se’’ che quasi posso toccare, con le mie voglie che mi aiutano a guidare, con quei variabili gradi che mi aiutano a dimenticare la mancata appartenenza.Sei il mio tumore, inspiegabile, incurabile, metastasi scintillante mi distruggi il cuore, ti sento dietro la mia testa, vedo la tua faccia in trasparenza, qualsiasi cosa io guardi.
E non riesco ancora a lasciarti andare, non riesco ancora a trovare un modo che mi permetta di odiare, di negare. Che tu esisterai sempre.
Ci scambiamo saggezze come figurine, ci viene così facile.
Eppure c’è una difficoltà, un’incespicante angoscia dietro le nostre saccenti teorie che non riusciamo a formulare, che ci fanno sentire vicini in questo mondo che crea distanze sempre maggiori.
Noi, piccoli critici della ridondante retorica dei nostri anni.
E non riesco ancora a lasciarti andare, non riesco ancora a trovare un modo che mi permetta di odiare, di negare. Che tu esisterai sempre.
Ci scambiamo saggezze come figurine, ci viene così facile.
Eppure c’è una difficoltà, un’incespicante angoscia dietro le nostre saccenti teorie che non riusciamo a formulare, che ci fanno sentire vicini in questo mondo che crea distanze sempre maggiori.
Noi, piccoli critici della ridondante retorica dei nostri anni.
Ossigeno
Come un medievale portone, sento il mio Io frustrato chiudersi con forza, isolarsi nella ricchezza interiore isolando i nemici esterni.
Ma sono esausta di vedere nero, voglio una luce da accendere, voglio qualcuno che la accenda per me, che mi faccia questo favore.
“E cerco solamente cose nuove, che sappiano comprimere il dolore”*.
Non vedo nulla di nuovo, non vedo nulla cambiare, tutto sembra annichilirsi e piegarsi su se stesso nella solita dinamica, nel solito ritrito copione.
Aspettando un lunedì che non arriverà mai, per un incontro bancario a cui non assisterò mai, per un amore che non consumerò mai, mi rigiro tra le lenzuola sporche di sangue e sudore, come a mappare la grande confusione che da troppo mi affligge.
Le parole riaffiorano, cattive, di tutte quelle cose dolci che mi dicevi, e di come tutta la forza che credevo avessimo, sublima per lasciarmi senza ossigeno.
*cit. 'Evito la forma' - Otto Ohm
Ma sono esausta di vedere nero, voglio una luce da accendere, voglio qualcuno che la accenda per me, che mi faccia questo favore.
“E cerco solamente cose nuove, che sappiano comprimere il dolore”*.
Non vedo nulla di nuovo, non vedo nulla cambiare, tutto sembra annichilirsi e piegarsi su se stesso nella solita dinamica, nel solito ritrito copione.
Aspettando un lunedì che non arriverà mai, per un incontro bancario a cui non assisterò mai, per un amore che non consumerò mai, mi rigiro tra le lenzuola sporche di sangue e sudore, come a mappare la grande confusione che da troppo mi affligge.
Le parole riaffiorano, cattive, di tutte quelle cose dolci che mi dicevi, e di come tutta la forza che credevo avessimo, sublima per lasciarmi senza ossigeno.
*cit. 'Evito la forma' - Otto Ohm
L'amer destin
I sintomi dell’assenza si fanno sentire, prepotenti.
La storia che mi circonda fa sentire tutto ancora più vetusto ed impolverato.
Questa città che vomita luci mi infastidisce, mi abbaglia con la sua ipocrisia, tentandomi con la sua suadente forma.
E arranco per queste strade che non hanno più sensi o direzioni, sono solo asfalto che i miei piedi macinano nauseati.
Qualcosa mi sta cambiando, qualcosa di nascosto che aspettavo da un po’. Un’altra delusione, un’altra MIA delusione, nei confronti del genere umano del quale mi sono rassegnata ma in cui ogni volta spero.
E tu, che credevo ne fossi per la maggior parte estraneo, mi fai angosciosamente sospettare di farne parte, di non dimostrarti veramente differente, di rendermi ancora una volta soggetta alle torture che la società mi infligge e che da te non mi sarei aspettata.
Pensavo fossi il mio riscatto, il mio scudo, ma ho paura della tua trasformazione.
Ti muterai in spada, solerte a ferire ancora una volta il mio tormento.
E i tuoi occhi che non più palpitano su di me sono come buchi neri che mi inghiottono nel limbo che sto attraversando e dal quale temo di non uscire viva.
Che senso ha proseguire, se non per inerzia, sapendo che è questo che ancora mi aspetterà? Quanti ancora martirizzeranno quel poco che resterà di me, quanti sciacalli ancora dovrò guardare mangiarmi?
A quante persone dovrò far passare la dogana per poi vedermi meramente contrabbandata?
Non ho speranza, non ho motivo, non ho ragione, se non quella di adattarmi come tutti ed andare inesorabilmente avanti.
Ma lo farò con più disperazione, avendo coscienza di ciò che mi aspetta nell’ancora lungo scorrere della mia vita.
Andrò avanti quindi, con la fatica nello stomaco e i sogni in bocca, aspettando il mio destino amaro nell’intraducibile lettura che farò della mia vita.
Sperando di fuggire, sperando ancora di averti, sperando di non averti più, sperando di cambiare doppiaggio.
La storia che mi circonda fa sentire tutto ancora più vetusto ed impolverato.
Questa città che vomita luci mi infastidisce, mi abbaglia con la sua ipocrisia, tentandomi con la sua suadente forma.
E arranco per queste strade che non hanno più sensi o direzioni, sono solo asfalto che i miei piedi macinano nauseati.
Qualcosa mi sta cambiando, qualcosa di nascosto che aspettavo da un po’. Un’altra delusione, un’altra MIA delusione, nei confronti del genere umano del quale mi sono rassegnata ma in cui ogni volta spero.
E tu, che credevo ne fossi per la maggior parte estraneo, mi fai angosciosamente sospettare di farne parte, di non dimostrarti veramente differente, di rendermi ancora una volta soggetta alle torture che la società mi infligge e che da te non mi sarei aspettata.
Pensavo fossi il mio riscatto, il mio scudo, ma ho paura della tua trasformazione.
Ti muterai in spada, solerte a ferire ancora una volta il mio tormento.
E i tuoi occhi che non più palpitano su di me sono come buchi neri che mi inghiottono nel limbo che sto attraversando e dal quale temo di non uscire viva.
Che senso ha proseguire, se non per inerzia, sapendo che è questo che ancora mi aspetterà? Quanti ancora martirizzeranno quel poco che resterà di me, quanti sciacalli ancora dovrò guardare mangiarmi?
A quante persone dovrò far passare la dogana per poi vedermi meramente contrabbandata?
Non ho speranza, non ho motivo, non ho ragione, se non quella di adattarmi come tutti ed andare inesorabilmente avanti.
Ma lo farò con più disperazione, avendo coscienza di ciò che mi aspetta nell’ancora lungo scorrere della mia vita.
Andrò avanti quindi, con la fatica nello stomaco e i sogni in bocca, aspettando il mio destino amaro nell’intraducibile lettura che farò della mia vita.
Sperando di fuggire, sperando ancora di averti, sperando di non averti più, sperando di cambiare doppiaggio.
Era ora o 'De la fuite du temps'
Ho le mani sporche di sangue.
E non è il mio.
È un sangue universale che scorre anche nelle mie vene e che ho cercato di togliere.
E lo spleen assale il mio piede, e anche me.
Cosa me ne faccio di tutto ciò?
Cosa me ne faccio dei miei fili scoperti? Non servono più a nessuno oramai. E in questa giornata che non tace i ricordi sferzano l’aria malsana che respiro, cerco l’apnea ma non ci riesco.
E non sei più le mie dita in gola, non sei più fra le mie dita.
Ma mi aspettavo una parola.
È la mia ora, è il mio momento per farmi da parte, tu hai scelto e non mi resta che accettare. Ero solo un corpo, e non serve più che lo sia.
È la mia ora, il mio momento per seppellirmi, per putrefarmi in qualche angolo dei tuoi ricordi, che non molto spesso riscoprirai.
È scritto dunque, la parola è stata messa, devo solo abituarmi alla fine.
E non è il mio.
È un sangue universale che scorre anche nelle mie vene e che ho cercato di togliere.
E lo spleen assale il mio piede, e anche me.
Cosa me ne faccio di tutto ciò?
Cosa me ne faccio dei miei fili scoperti? Non servono più a nessuno oramai. E in questa giornata che non tace i ricordi sferzano l’aria malsana che respiro, cerco l’apnea ma non ci riesco.
E non sei più le mie dita in gola, non sei più fra le mie dita.
Ma mi aspettavo una parola.
È la mia ora, è il mio momento per farmi da parte, tu hai scelto e non mi resta che accettare. Ero solo un corpo, e non serve più che lo sia.
È la mia ora, il mio momento per seppellirmi, per putrefarmi in qualche angolo dei tuoi ricordi, che non molto spesso riscoprirai.
È scritto dunque, la parola è stata messa, devo solo abituarmi alla fine.
Elogio a M.
Lascio che lui entri dentro di me
Nella mia carne
Nelle mie membra
Nella mia testa
Nel mio stomaco
Nei miei occhi.
Mi aggrappo al suo respiro
Per dare ritmo
Al mio sentire.
Mi incammino lentamente
In questa pacifica radura;
Gocce di tempo che
Levigano gli spigoli
E gli aculei di cui mi ero ricoperta,
Lasciandomi liscia
E inerme
Tra le sue lenzuola.
Nella mia carne
Nelle mie membra
Nella mia testa
Nel mio stomaco
Nei miei occhi.
Mi aggrappo al suo respiro
Per dare ritmo
Al mio sentire.
Mi incammino lentamente
In questa pacifica radura;
Gocce di tempo che
Levigano gli spigoli
E gli aculei di cui mi ero ricoperta,
Lasciandomi liscia
E inerme
Tra le sue lenzuola.
giovedì 16 settembre 2010
Dell'Italia e dei suoi condomini
Come soldati marciamo,
Al suono di un inno in cui non ci riconosciamo,
Combattendo nemici di qualcun altro,
Spargendo il nostro sangue,
Alacre concime della nostra esistenza.
Il giudice sputa sentenze
A forma di mazzette.
La ragione non è degli asini, no.
È di chi se la può comprare,
E gli asini sono quelli che,
Ancora una volta,
Devono cedere al compromesso
Per qualche respiro in più.
Come soldati spariamo,
Spariamo al nemico sbagliato,
Non è la pelle marrone la criminale,
È il fuoco amico a farci perire,
È quello che più ti assomiglia,
Colui che più subdolamente
Ti accompagna e ti guida
Tra le sue sordide vie
Di inganno e corruzione.
Ma lui non è come te,
Solo fuori ti assomiglia,
Lui ha venduto la sua essenza
Al miglior offerente
E nonostante ciò può comprarsene altre.
Hai sufficiente denaro e impudenza
Per unirti al suo invitante banchetto?
Annaspiamo nella raccapricciante piscina mondiale.
Lo Stivale affonda,
Lacero e consunto,
A causa della strenua battaglia
Per il pane che qualcuno sempre di più ruba.
Al suono di un inno in cui non ci riconosciamo,
Combattendo nemici di qualcun altro,
Spargendo il nostro sangue,
Alacre concime della nostra esistenza.
Il giudice sputa sentenze
A forma di mazzette.
La ragione non è degli asini, no.
È di chi se la può comprare,
E gli asini sono quelli che,
Ancora una volta,
Devono cedere al compromesso
Per qualche respiro in più.
Come soldati spariamo,
Spariamo al nemico sbagliato,
Non è la pelle marrone la criminale,
È il fuoco amico a farci perire,
È quello che più ti assomiglia,
Colui che più subdolamente
Ti accompagna e ti guida
Tra le sue sordide vie
Di inganno e corruzione.
Ma lui non è come te,
Solo fuori ti assomiglia,
Lui ha venduto la sua essenza
Al miglior offerente
E nonostante ciò può comprarsene altre.
Hai sufficiente denaro e impudenza
Per unirti al suo invitante banchetto?
Annaspiamo nella raccapricciante piscina mondiale.
Lo Stivale affonda,
Lacero e consunto,
A causa della strenua battaglia
Per il pane che qualcuno sempre di più ruba.
Wormhole (o 'di una poetry slam e suoi corollari')
Le luci del senso opposto mi inghiottono, facendomi trasalire.
La mia Treviso mi assomiglia, bella, storica, conformista, corrotta, e i lavori in corso sul put bloccano il traffico dei miei pensieri.
Guardo la spia sempre accesa della riserva e mi riconosco anche in lei. Dieci euro non bastano mai a spegnerla.
Un'onda rossa di semafori ferma la mia corsa alla vita. Vado sempre troppo veloce nonostante le tue raccomandazioni e le tue scale.
E come Donnie, seguo il wormhole che mi spinge sempre troppo in là.
E rido, perché non ho mai avuto un uomo capace di dirmi ''vuoi essere mia?''. Mai.
Ma forse accontentarmi è il mio destino, la mia trama inconcludente, la mia perdita costante.
Devo smetterla di credere, devo smetterla di crederti, oh genere umano.
Sei subdolo, sei uomo, sei portato a un rivoltante machismo che mai darà redenzione ai miei stupidi sogni d'amore.
Un grazie a tutti, a tutti coloro che mi hanno voluta e lasciata andare.
Grazie amori miei, per avermi regalato fin da giovane questa mesta disillusione nella veridicità dei sentimenti.
Grazie di cuore, quel cuore che avete accarezzato e punito per la sua bellezza.
Grazie per avermi tolto la mia verginità, grazie per averlo fatto nella maniera più barbara.
Grazie per ricordarmi la mia inutile particolarità, grazie per avermi calpestata nonostante ciò.
Ed io a tutti voi, tutti insieme, dichiaro il mio amore nero, nobile pagamento della tassa impostami per avervi regalato me stessa.
Grazie nobili cavalieri per aver assassinato la vostra puttana troppo sentimentale.
con nero amore,
Ilaria
La mia Treviso mi assomiglia, bella, storica, conformista, corrotta, e i lavori in corso sul put bloccano il traffico dei miei pensieri.
Guardo la spia sempre accesa della riserva e mi riconosco anche in lei. Dieci euro non bastano mai a spegnerla.
Un'onda rossa di semafori ferma la mia corsa alla vita. Vado sempre troppo veloce nonostante le tue raccomandazioni e le tue scale.
E come Donnie, seguo il wormhole che mi spinge sempre troppo in là.
E rido, perché non ho mai avuto un uomo capace di dirmi ''vuoi essere mia?''. Mai.
Ma forse accontentarmi è il mio destino, la mia trama inconcludente, la mia perdita costante.
Devo smetterla di credere, devo smetterla di crederti, oh genere umano.
Sei subdolo, sei uomo, sei portato a un rivoltante machismo che mai darà redenzione ai miei stupidi sogni d'amore.
Un grazie a tutti, a tutti coloro che mi hanno voluta e lasciata andare.
Grazie amori miei, per avermi regalato fin da giovane questa mesta disillusione nella veridicità dei sentimenti.
Grazie di cuore, quel cuore che avete accarezzato e punito per la sua bellezza.
Grazie per avermi tolto la mia verginità, grazie per averlo fatto nella maniera più barbara.
Grazie per ricordarmi la mia inutile particolarità, grazie per avermi calpestata nonostante ciò.
Ed io a tutti voi, tutti insieme, dichiaro il mio amore nero, nobile pagamento della tassa impostami per avervi regalato me stessa.
Grazie nobili cavalieri per aver assassinato la vostra puttana troppo sentimentale.
con nero amore,
Ilaria
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Questo è il nome che ho dato a questo blog.
Questo è il nome che ho dato alla raccolta dei miei scritti.
Le mie Parole, le mie Spade.
Quando ti ritrovi a scrivere per non morire.
Quando ti ritrovi a rischiare di morire per ciò che scrivi.
La motivazione che mi spinge a pubblicare le mie Spade è l'inaspettata richiesta di leggermi.
Quindi basta, leggetemi.
Questo è il nome che ho dato alla raccolta dei miei scritti.
Le mie Parole, le mie Spade.
Quando ti ritrovi a scrivere per non morire.
Quando ti ritrovi a rischiare di morire per ciò che scrivi.
La motivazione che mi spinge a pubblicare le mie Spade è l'inaspettata richiesta di leggermi.
Quindi basta, leggetemi.
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