giovedì 24 novembre 2011

Questa è l'ultima. Promesso.

Pur sapendo fin dall'inizio che sarebbe finita così e che avrei dovuto continuare a vivere con quella perdita. In quel momento io sono entrato nella tua vita. Un momento un po' strano e non felice, ma non ho avuto nemmeno il tempo di esitare perché ho visto il mio nome in fondo al tuo sorriso e mi sono tuffato. D'altra parte, forse non era nemmeno il mio nome.


D. Grossman - Che tu sia per me il coltello

giovedì 17 novembre 2011

Aperitivi violenti e fatalità

Arriva la sera in cui arriva anche lui.
In cui arriva anche lei.
E di nuovo vengo catapultata giù dall'altalena. Faccia che striscia sulla ghiaia.
Al vederlo felice.
Nervi che si tendono, esasperati, all'ennesima fotografia della sua vita serena.
Della sua esistenza appagante.
Circondato di amanti e amicizie sincere. Di un lavoro nuovo.
Come sono rimasta indietro.
E' solo un puntino, distante. Talmente distante che non sono nemmeno sicura esista veramente.


Gli mando un'indirizzo e-mail perso da tempo che lo rallegra [come se gli servisse dell'altro].
Ma è giusto. Vivere per renderlo felice, è questo ciò di cui la gente che lo circonda si sente investita.
E' un'inganno però. 
Ogni volta resetta e riparte da zero. Forse ci spera ancora.
O forse è terribilmente annoiato.
Mi vedo meglio come gioco che come tentativo fallito. 
Come in una danza ci scambiamo l'interno di un bar e il freddo della città.
Solo uno sguardo. Non ce l'ho fatta.
Lei è gentile. Voce squillante. Personcina positiva. 
Bravo [sospiro].
Mentre io ancora non mi do pace, tu giri da pace a pace, a disinnescare cuori con leggerezza.
Al contrario io, pesante. Tanto da non essermi quasi mai mossa da quella stanza.
Da avere ancora il segno del lenzuolo sulla guancia. Da sentire ancora il caffè venire su e guardarti mentre lo zuccheri dalla moka.
Sballottata da una stanza all'altra, mi sento persa anche in casa mia.
Dico al mio fratello pagliaccio che forse la mia salvezza è il cuore de l'Ile de France. Chissà.
Se fuggirti lontano farà slabbrare questa rete fissa di fotoparolemanicapelliancoraparole.
Se fuggirti lontano mi avvicinerà alla fertilità.
Se fuggirti lontano ti farà tornare nel 2020. o 19. Non ricordo. Ma fa lo stesso. 
Il capodanno lo passerò lì comunque.


"Tutto il tempo che ho buttato via resta dentro come una bugia
e non so immaginare altra via che non sia la tua scia.
Perché ci sono strade da percorrere solo in un senso
poi vivere in secondo piano anche un amore immenso
fino a stancarti di sentirti sbagliato
fino a fermarti di colpo"
Non Voglio Che Clara - "Cary Grant"



martedì 25 ottobre 2011

Dimentica-tu-io.

"Non devi pensare che io non mi chieda ogni tanto cosa stai facendo o dove sei"
Ecco. Se vi sentiste mai dire queste parole, scappate. Il più lontano possibile.
Perché anche se è lì, tornerà da lei. La controllerà da una finestra mentre vi parla. Poi vi stropiccerà una guancia, pentendosene, mentre esce.

Io per esempio, che di correre proprio non sono capace, ho bevuto. E ho sbattuto contro le sue contraddizioni. Verso i suoi inviti inesistenti. Come quelle promozioni che scadono a una certa ora e tu hai evidentemente l'orologio indietro e arrivi che ti chiudono la cassa in faccia. 
E non puoi che osservare atterrito quelli che se la godono.
Chissà come ha fatto lei ad arrivare prima.

Eppure credevo di aver tenuto sempre gli occhi aperti.


C'è una domanda che mi faccio. Sgrammaticata e sconnessa. Se lei mi pensa come io al suo posto pensavo quelle prima di me. Ossia un po' magica, misteriosa. Portatrice di una verità sconosciuta ai più. Come se lui fosse un talent scout che non si lascia ingannare da stupide luci.


E' un venerdì caldo, dopo due giorni di pioggia, che mi concedo una passeggiata tra le mura trevigiane. E credo di sbagliarmi. Forse era lei, lì alla fermata dell'autobus. Sembra imbarazzata. Ha un brutto naso. Graziosa, ma con un'espressione poco intelligente. Questo riesco a catturare nella frazione di secondo in cui le passo accanto.
Lei ride. Sembra ridere di me. Non so se nervosa o canzonatoria fosse la sua risata. La spalla della sua amica la copre un po'.


Mi guardo intorno, ho cambiato dimora. Il dimenticatoio è più grande di come me lo immaginavo. C'è spazio sufficiente per prendere la rincorsa. Verso dove non si sa, ma è pur sempre un'unità di misura.
Ed è uno di quei posti arredati male, che sanno di stantìo e di acqua torbida. Perché ovviamente non l'ho arredato io, mi ci hanno messo, qui. 

E non c'è neanche un misero angolo bar. Condanna lucida, accidenti.


"Se un giorno io stesso venissi a spiegarti
con massima conoscenza dei fatti
come sono fra noi le cose
e con la freddezza un po' ingenua
che spesso mi contraddistingue
mi perdessi in mille discorsi
per riuscire infine a convincerti
che per noi ci sia un'unica strada
con un bravo pilota automatico
che ci guida senza mai sbagliare
e non c'è proprio niente ma niente di più
da temere
tu diffida, ti prego


Preferisci i discorsi che non tornano mai
(per fortuna i discorsi fra noi non tornano mai)."
Se un giorno - Artemoltobuffa


La finisco così. Che tanto dove sono non c'è nessuno ad ascoltare -non più.
"Allora ci racconteremo il nostro travisare." Come no.



domenica 25 settembre 2011

E intanto qui è silenzio e notte Eleonora. Sei la mia rovina.

Smetto di tremare.
Qualche minuto dopo.
Smetto di desiderare di essere altrove.
Quando io, sbronza, lo saluto. E lui sopra una spalla mi dice che assomiglio ad Amélie stasera.
E io avrei voluto prenderlo per le gambe e lanciarlo via come quei giganti che alle Olimpiadi lanciano gridando qualche oggetto. Come se gli avesse fatto qualcosa.
Lo lancerei per prendere la medaglia. O anche un piccolo attestato da appendere in camera.
Nella parte vuota del letto dove non c'è più lui. Dove adesso ci sono solo polvere e incenso consumato.


Ho dimenticato una cosa. 
Al suo fianco c'era una ragazzetta, coi capelli lunghi e scuri. I fianchi ben formati. Proprio come piace a lui,
Proprio come ero io.
A. quella sera mi fa un lavaggio del cervello. O ci prova almeno.
Non ha capito che non ho più niente, che non c'è più niente. 
Che il cuore l'ho messo in un vaso, sotto alcol, per  conservarlo. 
Per i posteri. 
Per far sapere a chi non ci crede che sì, c'era.
Solo perché non gli ho potuto dare anche quello. 
L'avrebbe bruciato come ha fatto con tutte le mie lettere. 


Scosse e terremoti. Il tempo previsto per oggi è risentimento con consistenti precipitazioni di lacrime. Starebbero bene sulla bocca di Misty Marie Kleinman queste parole.


Spiego che non è più lui. Come nei fumetti quando qualcuno viene posseduto da qualche spirito o da qualche creatura malvagia. 
Ha le stesse sembianze ma nessuno lo riconosce più. Ecco.
Ogni tanto sceglie di mostrarsi com'era una volta.
Finisce poi che questi, li salvano all'ultimo, appena prima che il mostro li possegga irreversibilmente.
Io non so se ci entro ancora nel costume da Wonder Woman per venirti a salvare.
Anche perché probabilmente ti piaci più da mostro. Cosa ti dice lo specchio?


Mi abbandono. A lui. Lo lascio scorrere senza opporre resistenza. 
Lascio che si infiltri in ogni fibra. Lascio che si sparpagli come un tumore, qui, dietro la testa. 
Tenda sottile calata sugli occhi. Filtro e filigrana della mia realtà.


No, io da qui non ci esco.
Lasciatemi morire, Madonna senza il Cristo tra le braccia.
Giuro, non farò molto rumore. Giusto un ultimo grido.
Poi mi spengo.





lunedì 25 luglio 2011

E ci vestiamo come delle puttane e ci infiliamo nella nostra cinquecento o seicento che sia / Rossetto rosso, come tu lo vuoi sono sicura che stanotte ti farò contento

Quando alcuni si picchiano (o almeno ci provano), altri scopano (o almeno ci provano).
"So già che domani me ne pentirò". Che classe, davvero. Per una volta che taccio io, cominci tu a straparlare. 
Stavolta sì che ho io le redini.
Per la prima volta mi sento avanti. Un passettino più in là.
Sparisce tutto, Tisi, laMadonna, tutto. E divento solo una con cui finire una scatola di preservativi.
Ti faccio notare che ho visto che la tieni in borsa. E che ce n'è solo uno. (l'altro era la prima metà di me).
"Si fa quel che si può" ammicchi. Stasera lo stile non è dalla tua parte, sappilo.
Che gente frequenti? Parli come una puttana.
Che bene che mi sento a svuotarti e a non sentirmi morire per una volta. E non sono nemmeno ubriaca.
Non più affar mio. Ecco quello che sei. Certo, puoi entrare quando vuoi. Ma non sarò più io. Sarò il risultato meraviglioso delle nostre sottrazioni. 
Mi sono arrampicata su per il piano cartesiano per allontanarmi da quel centro maledetto. 
E da quassù, ti dirò, la vista non è poi così male. 
E me ne torno a casa rilassata. Per una volta. Senza sognare di lanciarmi contro ogni ostacolo. Senza sognare di accettarmi la testa e tirarti fuori da lì. 
"Visto da qui tu non sei più Dio." dice Paola.


Io almeno le scatole ho la delicatezza di non fartele trovare.

Questo è solo il primo

giovedì 21 luglio 2011

Blow(ing you) up

"Roma sta bruciando" dice mentre si versa del whiskey in un bicchiere Ikea graffiato dall'usura e dai detersivi di sottomarca. Stringe le guance inspirando l'aria dai denti. Ancora non si è abituata alla purezza. Del whiskey, è chiaro.
Finge indifferenza mentre l'esofago e lo stomaco vanno a fuoco, anzi pensa intensamente, quasi a convincersene, che sarà sempre così. Bisogna apprezzare anche questo. "Altrimenti avrei bevuto del succo alla mela", risponde al suo sopracciglio alzato.
Lui è lì, indifferente e inquisitore allo stesso tempo. Lo guarda mettere una canzone qualsiasi e si chiede, non senza angoscia, se sarà quel fondoschiena peloso e flaccido che vorrà avere accanto per il resto della sua vita. Insomma, se è disposta a conviverci con quel prolasso itinerante.
Come se fosse un'entità a parte, staccata da quegli occhi che la inghiottono, da quella voce, un po' effeminata a volte, che vomita le sue stesse parole. Che le fa sentire il vuoto come il ritorno quando ci si spinge troppo in alto sull'altalena. Tutto quel potere svanisce non appena lui si volta.
"Ti faccio un caffé?" (tutto pur di allontanarsi da quei pensieri visionari da casalinga disperata). Si chiede se sarebbe la prima a lasciare una persona per colpa del suo culo.
"No, grazie". Bicchiere. Whiskey. Guance strette. Aria tra i denti.
Meccanica.
Come un motore ben avviato termina ritmicamente quella medicina alternativa. La categoria degli erboristi avrebbe qualcosa da ridire.
Alla fine, conclude che le deve ringraziare quelle chiappe abbandonate. Perché la tengono distante da un momento perfetto. Un momento che potrebbe incatenarla ad nutum lovis.



Pochi sanno che "Carpe diem" non finisce lì. Dice anche "Quam minimum credula postero" [confidando meno possibile nel domani].
Bicchiere. Whiskey. Guance strette. Aria tra i denti.


martedì 19 luglio 2011

Ché il mondo deve sapere. E' Lei che io non posso non amare.

Di seguito riporto alcune quartine di Patrizia Valduga. La storia d'amore più bella mai scritta. Più sporca. Più sofferta. Eterna. Finché morte non li separò.

La sento la mia vita, me la imparo,
fino al fegato adesso, fino al fiele;
oh nera un tempo enorme senza chiaro,
fedele della notte più infedele.

Sta’ zitto, cuore. Taci, anima nera.
Ora so quel che c’era da sapere.
Principio di purpurea primavera?
Quattro colpi di cazzo e ho da godere? 

Superba mendicante dell’amore,
scongiuravo: Fa’ ammenda alla mia fame,
dammelo ogni mio oggi il pane amore,
liberami dai mali, amore. Amen. 

Cosa fai, gli chiedevo, col mio cuore?
Quanto disti da me, in linea retta?
Quanti chilometri di batticuore?
Quando mi dai l’amore che mi spetta?  

Una boccata di buio? No. Meno.
Nemmeno. Abbocca, carne di carnaio!
Lecca le labbra, vieni, vieni almeno…
Io più in alto di te cado, scompaio…

Ma l’estasi, ma l’io senza più io?
Da cinquant’anni ormai io chiedo ai cieli
un cuore perpendicolare al mio
e mi arrivano tutti paralleli.

Oh, l’inutilità di questi affanni
la conosco a memoria, inutilmente;
e nel peso degli utili e dei danni
connetto notte a notte e niente a niente.

E anche con lui era come masturbarmi,
mai matura, scentrata e senza centro.
Di grazia, gli chiedevo, vuoi insegnarmi
a venire assieme a te con te dentro? 

E così, per la vita dei miei versi,
dagli occhi, dalla gola, dalle ascelle
io riverso su te, tu mi riversi
le nostre solitudini gemelle.  

Ci dava la prigione del destino
solo qualche ora d’aria per l’amore
che per destino ha solo il suo declino.
Si aspetta e si riaspetta e poi si muore. 

Se amo, sono grande nel mio amore.
Ma lui lo era? Se amava era grande?
Oh scroscianti radiose e nere ore,
state eludendo tutte le domande! 

E gli dicevo: Sì, sentire è tutto.
E tutto in me che sente sente te.
Ti sento in me, ti sento fin nel flutto
del tempo-sangue freddo in tutta me. 

Guarda guarda, Patrizia la superba
ammette che la mente non è tutto.
Come erba, più umile dell’erba,
mi prema lui, mi falci lui-mio-tutto.

Osceno e sacro l’amore delibera
stessa sede per sé e per gli escrementi.
Se non mi leghi io non sarò mai libera,
né casta mai se tu non mi violenti. 

Vuoi che ti dica, dunque, tutto il vero?
Il nero se ne fotte che non viva,
che sia perimetro del mio pensiero.
Dimmi: sono una bambina cattiva? 

Avrei finto di non avere voglia,
perché a forza mi facesse volere.
Io voglio che tu voglia che io non voglia:
questa è la verità del mio piacere. 

Io mi arrendo, congedo i miei soldati,
la mia legione di sogni e di versi.
Combattete per altri disarmati,
vincete in verità, miei sogni in versi.  

Eccomi, ancora. Prendimi per mano:
occorre che mi fermi e mi conforti
perché non posso andare più lontano
perché dopo ci sono solo i morti.

 E intanto ascolto Morrissey e mi sembra che sia tu. ad avergliele scritte le canzoni.

venerdì 8 luglio 2011

Proprio come i grandi

Paroloni e auguri di buona fortuna. 
Io che ti dico che guarirò.
Tu un "te l'avevo detto".

E' così che ci diciamo addio.

giovedì 7 luglio 2011

Di riccioli che saltano e vodka che precipita nell'esofago

Andava tutto bene.
Facevo la brava, mi stendevo sul lettino dell'analista e gli vomitavo tutto per bene, in ordine.
Lui scriveva, io parlavo.
Lui scriveva, io morivo. Stop.
Poi a un tratto, boom.
Lettino sfondato a vodke e il lavoro di mesi sulla statale con le puttane.
La fronte comincia a sudare, troppi paesaggi indesiderati.
"Portami a casa. Ti prego, portami a casa." Ma L. non mi ascolta.
Insieme al sudore, scendono le lacrime. 
Non sono pronta. Non ancora.
L. perdonami. Non lo faccio di proposito. La mia non è smania da palco.
E' successo che lo amo. Scusami.
Ma quei sampietrini mi stavano lapidando.
Sì, hai ragione, sono una ragazzina stupida e impudente, di quelle che ti fanno vergognare perché rubano e si ubriacano.
Ma devo farmi da anestesista sennò ci rimango.
E allora per un po', se vorrai, dovrai venirmi a trovare, sederti al cospetto di questa sciocca bambina e perdonarle le scelte sbagliate. 
So fare solo così.

Mi sembrano due estati fa che io e M. correvamo felici,  urlando sopra ai Perturbazione con l'odore di erba appena tagliata e cenere dappertutto. 
Mi sembrano due estati fa che mi riempivo le tasche di medicine.
Mi sembrano due estati fa che avevo il coraggio ma non i mezzi.
Mi sembrano due estati fa che preparavo scatoloni di addio per G.
Mi sembrano due estati fa l'ultima volta che abbiamo fatto l'amore.


E forse è un bene che sembri tutto così distante.

Te la ricordi quella sera che abbiamo riso e c'erano le rane a ridere con noi? Te la ricordi? Era maggio.



mercoledì 6 luglio 2011

Circoncisioni emotive [o di quando la mancanza di sensibilità non gioca a favore]

Alito sul vetro della mia stanza per scriverci parole da non vedere. Solo per il gusto di farle esistere.
Parole che vengono dal sacchettino di amaro che ho dietro la gola, che rischia l'esplosione a ogni deglutizione.
Nella pancia ho un acquario di caffè a ricordarmi che non dormo e che ho una gastrite poco educata.
"Non è che per caso mi ami?" - come un proiettile la mia mente estrae questo ricordo e mi ci schiaffeggia. Non ti ho mai visto così spaventato.
"Non...no, non credo" dico in un soffio, mentre ogni mia cellula urla "Sì". 
"Vi uccido", penso prendendo grandi sorsi dal mio maleodorante bicchiere, "La finirete prima o poi".
E' stato tanto tempo fa. Ora è diverso (?).
Ora non smetto più di respirare. 
La rianimazione alla Munchausen sta funzionando. 
Ci ritorno solo col pensiero, e con nemmeno poi tanta nostalgia, nella tua stanza. 
Quegli scaffali pieni di film e dischi. Quella tastiera che mi ha suonata. La lampada verde. 
Lo spigolo. Il découpage francese. La foto di te bambino e tuo fratello con la mano proprio lì.
Niente di mio. Chissà dove le hai nascoste quelle cartacce che ti ho regalato. 
I cioccolatini rubati a Seve. I parcheggi deserti e i raid della polizia tra le nostre parole.
Audrey Tatou e Mathieu Kassovitz. Tiersen. Jeunet. Questa è tutta roba mia.


Riascolto per caso una canzone maledetta. Una canzone dei tempi andati, ma di quelli belli. Canzone, fra le tante, che avevo eliminato. Come la madeleine di Proust mi faceva precipitare in casa tua, tra i tuoi occhi. Uno zoom rubato sulla tua barba. Sulla tua schiena. E poi giù, sott'acqua con gli occhi aperti e il sale che brucia e neanche il tempo di prendere fiato.


Sono fuori sì. Ma ancora non gli do le spalle.
Abbiamo un appuntamento a lungo termine io e lui. Uno di quelli dove non c'è giusto o sbagliato. Uno di quelli a qualsiasi costo. 


Rimango qui. Dove ogni tuo respiro mi sottrae qualcosa.



lunedì 4 luglio 2011

martedì 14 giugno 2011

Who's next?

Il primo.
Dopo la fine della guerra di posizione.
Sconvolta.
Dalla mia stessa indifferenza.
Calda. Di sbronze e di estate.
Gli scrivo che è per quello che sono così. Anche se non gli interessa saperlo.
Ma a qualcuno devo per dirlo. E perché non a lui?

Oggi voto per abrogare la privatizzazione dellacqua, il nucleare, il legittimo impedimento e te.
Ti archivio.
Piego per bene i miei ricordi, gli do una tiratina perché non restino pieghe e li chiudo nel cassetto più alto che cè. In vista, ma fuori mano.
Cè tutto. Tranne lappuntamento a Parigi e la cartastropicciatadallemaniruvidechetistropiccianoilvisosottolecoperte.
Il portafoglio era destino che lo perdessi unaltra volta.
Ma il concetto è chiaro. Mi sento ancora gli occhi addosso mentre dormo.
Da un vetro, che si appanna quando respiri vicino.

Torno dopo Primo e non mi reggo neanche in piedi. Mia madre mi raggiunge e le dico senza mezzi termini che mi troverà nella vasca prima o poi.
La sua ciambella senza il buco. La sua ciambella che si sbriciola solo a guardarla. Immangiabile. Inzuppata di lacrime.

Il giorno dopo sembro morta. Non mi sveglio. Quasi ci riuscivo, stavolta.


martedì 24 maggio 2011

Haunted

Mi hai rubato il cuore come si ruba il naso ai bambini, con il pollice tra l'indice e il medio.
Non faremo più l'amore sotto un Arco di Trionfo a forma di ping pong.
La mia malattia avanza, imperterrita, senza scrupoli.
M.Z. non è più con me. Mi manca già solo a dirlo.
Ma è una questione di preservazione.
F. mi chiede se il suo interesse mi infastidisce. Sì.
Sono un salvagente che fa affondare, gli dico. "Questa mi è piaciuta". Beato te.
Stammi lontano, lo dico per te. La mia non è una recita, non è il velo di mistero che si squarcia in quattro e quattr'otto alle prime attenzioni. Qui ci sono arcieri e fortificazioni. Armature e fossati coi coccodrilli.
Niente damigelle da conquistare che arrossiscono e ti lanciano il fazzoletto profumato.
Qui c'è il sangue.
"Penso di essere abbastanza grande per farcela". Presuntuoso.

Mi guardo la ruga. Quella che ormai non sparisce più. Quella in mezzo alla fronte. Lo stampo della mia faccia imbronciata a tempo pieno.
Mangio da sola sopra un tavolo di vetro, mi ci vedo riflessa ed è lì che decido di non mangiare più.
Basta corpo nato per fingere, ora comando io. Ora è Auschwitz.
Perché quando verranno a salvarmi devono vedere cosa mi ha fatto quel carnefice bastardo.
Che solo se mi vedranno più sofferente mi ameranno.

Chissà chi mi spia, alle 5 del mattino.

Vicina.
Così vicina da sentire anche il rumore vuoto di plastica delle corde sotto il plettro.
Vicina. 
Non così vicina da far vedere a Mario le mie lacrime a tempo con le sue parole.
Che parlano di lui, ma ancor peggio di me.
Il suo faccione sullo schermo che imparo ad osservare nell'intimità di una sua stanza.
Lacrime che non bagnavano da un po' i deserti delle mie guance bianche.
"Dovresti sorridere di più" mi dice F.
"Sei strana, lo sai? E bevi un po' troppo." mi dice A.
Entrambi affascinati dal mio freddo ma troppo distanti per poterlo anche solo sfiorare.
Ritorno su quella poltrona rossa, a lasciarmi piangere dalla musica e dai film. 
E non solo.

martedì 17 maggio 2011

Un altro mattone sulle Mura in Italia fa pena

Ti penso anche lì. Mentre mangio tra i ragazzini che insozzano parti di Medioevo con le chiacchiere frivole e i pennarelli indelebili e le acque caleidoscopiche del fiume di città, che gradevolmente mi separa dai sistemi nervosi del traffico, come i cerchi che si fanno attorno per proteggersi dal diavolo. Dicono funzioni perché il Maledetto si infila negli angoli.

Metto la mia musica da sfigata, mi mangio il mio panino da sfigata e mi giro la mia cicca da sfigata.
Mi conto i boccoli ramati sotto il sole, alzo lo sguardo, incuriosita e diffidente che mi stia toccando la pelle bianca, scurendola pian piano.
Ci tengo alle mie sembianze malate.

Penso a te e al forno che ti starà facendo sudare, alla tua disattenzione, alla tua nevrastenia, alla tua fame che svanisce, alle sigarette che la sostituiscono, alla tua pocavogliaditornareacasamatantodovealtrovado, ai tuoi sospiri prima di dormire, al tuo stomaco che neanche apri gli occhi ed è già lì a ricordarti che non va bene un cazzo, al tuo viso contrarsi nel vedere gli occhi gonfi di tua madre e alla smorfia che farai quando il tuo pensiero correrà verso Napoli.

Ci penso tra un Ufficiale Giudiziario e un decreto, tra una raccomandata e una ventiquattrore rossa che non so mai come tenere, tra una sigaretta e una marca da bollo da quattordiciesessantadue, tra un cancelliere e un pignoramento. Ma non arrivo a nulla, mai.
Scrivo versi nei capelli per non poterli dimenticare e mi cadono tutti nella burocrazia in cui sono persa, in cui mi chiedo se vedono che sono diversa, in cui Zòsimov mi visita e mi crede pazza. E io glielo lascio credere.

Arriva venerdì e io non voglio.
Non me lo sarei mai aspettato da una come me.
Eppure sorrido ultimamente. Tranne i weekend.
Mi dicono che è perché non prendo più la pillola. Sarà.
Ma i lontani parenti di Emile Zola mi appagano. C’è molto silenzio in quelle stanze e anche se hai le scarpe da ginnastica fai il rumore dei tacchi.
E poi ci sono i praticanti disagiati che ti salutano goffamente e ti chiedono cosa leggi. Loro, con le mani ossute da chi la carta la odia, io con le mani morbide di chi la carta la riverisce.

Soprattutto quella stropicciata dalle mani ruvide che ti stropicciano anche la faccia sotto le coperte.


Di pudicizie calzaturiere e Parodie Verdi (Corollari di pomeriggi passati ad anagrammare)

La tua pelle verde sotto la luce del distributore mi fa pensare a dei prati malati.
Ti conterò i fili, uno per uno con pazienza.
Ti conterò le lacrime una per una, con pazienza.
Ti conterò i respiri, gli sbuffi, i sospiri, uno per uno, con pazienza.
Ti conterò i baci, gli abbracci, le mani, le dita tra le mie, una per una, con pazienza.
Ché mi fai essere ancora più incazzata col mondo per quello che ti stanno facendo.
Tumori da amare.
Cromosomi assassini.
Fisionomie problematiche.
Quei sei occhi che non posso dimenticare, le lacrime che ho visto in ciascuno, che ho accolto come una diga tra le mie braccia morbide.
Bacino di insofferenze e incomprensioni. Senza sfoghi, senza chiuse da aprire.

Immagazzino ogni tuo sguardo verso l’alto,
Ogni tua silenziosa preghiera (o bestemmia? Non fa differenza), ogni tuo perché senza risposta.
Immagazzino ogni mio arrendevole ed arreso silenzio all’ennesima miseria che ti ha colto.
L’impotenza mi pervade, vorrei trovare una formula, un algoritmo da regalarti per farti scoprire la pace.
E invece anneghiamo entrambi nei nostri problemi (e fai diventare minuscoli i miei).
I soprannomi hanno sempre un perché.
Mi baci il piede malato, le mie scarpe non ti piacciono ma dici che almeno condivido il mio mal de vivre a inchiostro e nervi.
D’altronde non puoi vederlo solo tu. Tanto nuda.

Dormi, angelo mio. Ti auguro gli incubi peggiori. Che così quando ti svegli sembrerà meno peggio che in sogno. Fare bei sogni ti fa solo ricordare quanto faccia schifo la realtà.


Perduta-mente

Amarti ma a fatica mi svuota dentro. Qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto.
Amarti ma a fatica mi da malinconia. Che vuoi farci, è la vita. È la vita, la mia.
Amami ancora. Fallo dolcemente. Un anno, un mese, un’ora, perdutamente.

Amarti mi consola le notti bianche. Qualcosa che riempie vecchie storie fumanti.
Amarti mi consola, mi da’ allegria. Che vuoi farci, è la vita. È la vita, la mia.
Amami ancora. Fallo dolcemente. Un anno, un mese, un’ora, perdutamente.
Amami ancora. Fallo dolcemente. Solo per un’ora, perdutamente.”

Amandoti - CCCP

Ché alla fine è tra le mie braccia che piangi, grazieadio.
Sono i miei muscoli tesi ed intesiti a bagnarsi delle tue lacrime.
È per questo che vivo.
È per questo che mi faccio vergine e baccanale. Perché so che ne vale la pena.
Per farmi roccia per te. Di quelle con i buchetti per mettere le mani ed aggrapparsi.
Ma anche liscia da accarezzare.

Se potessi io, essere io tuo padre.” e il resto si sa.

Mi piacerebbe che mi studiassi come un tempo. Che non sapessi già dove mettere le mani. Che mi impari a memoria come quando a memoria non ci si sapeva.
Che ti imparo a memoria come quando a memoria non ti sapevo.
A memoria. Par coeur.


Di bambine che si lavano i denti - Corollari di un pranzo con mestessa+5

Lì.
A gambe incrociate tra le sue dita.
La reciprocità è cosa vecchia” le dico.
Le nostre figurine sono fuori produzione.
Mi riguardo quelle vecchie, ogni tanto.
Per tagliarmi con la carta. E le parole.

Ci vuole parsimonia nel crearsi traumi.

Stringo al cuore, o a quel che ne rimane, la mia collezione incompleta, gelosa di quel tesoro dimeditec’eraunavolta.
Guardo bene com’era Tisi una volta. Stupida e felice.
Guardo bene com’era Mez una volta. Stupido e…?
Sciocchezze. Che sotto le unghie c’ho ancora la sua pelle.
Rientro nel mio sgabuzzino, obbediente e ordinata, pulendo le tracce dietro di me.
Chiudo piano il suo armadio mentale, lasciandomi una fessura. Per la luce. E per guardarlo vivere.
Trovo pezzi di cuore in macchina, senza il coraggio di gettarli dal finestrino.
Rosso e argento di sangue e perdoni disperati.

Un tuffo al cuore, mi tuffo nel cuore
a cercare di toccargli il fondo
senza mai respirare.

Distanze mai copribili. Non è una questione di polmoni.
Ma adesso mi lavo i denti come i bambini bravi e sfigati. Che non hanno le carie ma non mangiano le caramelle.

Su, su. Mi dici.
Stasera mi preparo bene, così nessuno si preoccupa di me. Essere belli è il modo migliore per passare inosservati. Per confondersi.
Con un piede nel baratro e uno in una scarpa da ballo mi trascinerò fino al bicchiere, dove trovare conforto e tregua dai miei pensieri bui.
Un salvagente per affondare. Che non è in superficie che voglio stare.
Giù.
Dove è un po’ più buio e i pesci sono più furbi.
Giù.
Dove i bambini non hanno coraggio di andare.
Giù.
Per bagnare i tuoi occhi secchi, Violante.
Giù.
Dove finalmente non dovrò chiudere gli occhi per non vedere.


lunedì 18 aprile 2011

Scosse da 380Volt(e) - Cronache di parziali resur(e)rezioni

Porto i segni della vergogna, la lettera scarlatta sul mio ventre sterile.
Mani sul collo, a tacermi. Punizioni con un retrogusto amaro.
Ho giocato il tuo gioco, padrone.
Ho giocato con i morti, io moribonda coraggiosa.
Mi hai chiamato col mio nome. E ancora mi si stringe lo stomaco a ricordarlo.
Mi chiedi se sono la tua puttana.
Sono quello che hai voluto che fossi. Ma non te lo dico.
“Sono come tu mi vuoi” dice Ferretti fin troppo allegro nell’altra stanza.
Tua? Tua.
“Non sento niente”. Ti [s]fotto.
È una sfida, una partita all’ultimo sangue. Ti guardo mentre mi mangi e mi divori e mi mordi e mi fai male e penso che doveva andare così. Che per una volta ho fatto quello che mi è stato chiesto.
Ora ti capisco, Patrizia.
Quando lui ti vuole.troia. Quando non deve esserci dubbio sulla tua natura.
Porto con pudicizia i segni sul collo delle tue mani, cappio di carne e ossa sul quale mi sono lasciata ammazzare.
Perché mi vuoi vergognosa. Quelle come me non mostrano i segni delle botte.
Mi ribello, per gioco (?), piccolo oggetto nelle tue mani; ed è bello vederti pensare come farmela pagare. Tremo un po’.
Dietro? Mai. Scordatelo.
Mi copro il viso con le mie mani bianche e fredde. “Scopami, non sono io, non ho una faccia, non ho un nome. Scopami.” - “No, così non vale. E come ti dovrei scopare, sentiamo?” - “Fammi male.”
Vittima delle tue mille lingue mi abbandono obbediente ai tuoi comandi.
Prendi, lecca, soffoca, mordi, godi, zitta, urla, parla, taci, muori.
A bastone e carota mi hai posseduta, legata ai tuoi ordini, libera di compiacerti.
Con una luce accecante, come nei migliori film porno. Che bisogna vedere tutto.
Il buio cancella i ricordi.
“Basta che non mi fai addormentare” mi dici. “Ho delle credenziali a riguardo” rispondo offesa. E infatti.
“Oh, era un sospiro quello?” - “Macché.” Giochiamo a [an]negare.

 
E poi le abluzioni, ci laviamo a vicenda la cattiveria con la quale ci siamo sporcati. Sotto la doccia ridivento sempre un po’ bambina.
Anche quando mi vieni addosso.
Anche quando il sapone brucia.
Anche quando vorresti entrare e mi fai male.
Ed esco, pulita dal sapone ma non dalle mie miserie.
Mi rifaccio Madonna per te, con gli occhi neri e l’accappatoio azzurro. Stanca. Con le occhiaie.
Se fossi un po’ più magra si vedrebbero le mie sofferenze. Ma ho un corpo nato per la finzione.
Ti addor[menti]. E io sgattaiolo via solo dopo essermi preoccupata della tua sveglia.
Sono quasi le sei.
Mi rintano sotto delle coperte che sanno di carta vetrata sulla mia pelle sottile e increspata dai brividi.
Mi copro la testa con le lenzuola, per nascondermi, per sparire. Per fare ammenda.
Mi lascio vergognare, senza vergogna e senza limite, senza lacrime e senza scadenza.
Mi raggomitolo, più piccola che posso, mi accarezzo la gola dolorante, la faccia gonfia dagli schiaffi.
Dormi, angelo mio, mi dico.
Ma quelle come me non dormono. Hanno delle occhiaie da crescere e da coprire col trucco.
Rimango a letto a marcire per qualche ora, mi alzo per cercare rifugio nell’erba e per scalare il muro del foglio bianco.
Che ho tremato tutta la notte dal bisogno di scrivere.
Che ho tremato tutta la notte dal dolore.
Che ho tremato tutta la notte per la paura di deglutire.
Che ho tremato tutta la notte al pensiero di volerti morire.

Reflussi gastro-emozionali - bis

24.03.2011
The day after.
Stomaco alla resa incondizionata.
Mi lecco le ferite nell’attesa di presentarmi a due colloqui ai quali non vorrei dover pensare.
Cerco di ricordare ciò che prosecchi, un mezzo litro di jackcola e un white russian hanno risparmiato.
Molto poco. E molto poco piacevole.


Credo di dover(ti) vomitare.
Sarà una grande opera.
Ho bisogno di un whisky. E non è neanche mezzogiorno.
Ma sfido il foglio bianco sperando in qualche effetto migliore.
Ai posteri.
Oggi il mio nome è Capro Espiatorio. Che nella confusione generale è solo a questo che riesco a pensare. Che è solo con me che esce l’infamia.
Che non ti riconosco più. Che ieri mi hai fatto paura.
Avrei preferito che mi picchiassi, avrebbe fatto meno male.
Ma non credo sarà più un mio problema oramai.
Ritorno alla mia veste candida, vergine violata, Violante, pura per lui, per farmi sporcare da lui.
Lui. Che mi viene addosso, che mi soffoca e mi schiaffeggia.
Che gli faccio sordide promesse per accattivarmelo ancora per un po’.
Che il sesso non è mai stato il mio forte, troppa poca testa.
E paradossalmente è la cosa che ci è riuscita meglio in quest’anno di guerra di posizione, di logoramento.

 
Che, mio Dio, profumi di casa.

 
Oggi respiro calma, delicata.
Consapevole e colpevole di tornare alla sterilità.
Lascio te schiavo degli istinti, amore mio, alle tue future scopate propongo un brindisi. Desidera inutilmente, possiedi con vigore, godi. Fumati la tua sigaretta. Accendila anche alle tue amanti senza faccia.
E io sarò lì, sai che sarò lì. A guardarti nel riflesso opaco del pavimento, nella curva delle ombre delle tue notti, infilata tra i tasti del tuo piano, tra le pieghe delle tue dita, tra i tuoi riccioli neri, dietro un pelo di barba.
Ossessiva. Ossessionante. Onnipresente. Latente. Un tumore da cullare. Una nenia sempiterna.
E ti guarderò volermi, in disparte.
Nelle quinte del tuo cuore. Dimenticata e presente tra gli attori falliti del tuo meraviglioso teatro.

Dada, in fondo, vuol dire gingillo. Nulla è stato lasciato al caso.

Reflussi gastro-emozionali

23-24.03.11
Le porte di Treviso serale ci guardano immobili mentre ci insultiamo.
‘’La principessa di Treviso serale”, l’hai detto, l’hai scritto, l’hai dimenticato?
Abbi cura di lui, chiunque tu sia.
Una Olivetti è troppo rumorosa per consolarmi in queste tredelmattino cattive più che mai.
Ti rovino la digestione.
Anche.
Sempre detto che è colpa mia. Nessuno mi crede. All’inizio.
Ma quello che mi merito pare sia sentire appuntamenti organizzatimi in faccia.
1 su 100. Non apprezzo neanche questo.
Quel dommage. Quelle ingratitude.
Fili scoperti, dicevi.
Quanto è amaro vedere come le parole vengano stuprate e usurpate.
Quante altre che non cito per pudore.
Maledetto.
Maledetto sia tu, per non farti odiare, ma per farmi sentire così oltraggiata allo stesso tempo.
Cosa sono? Cosa sono stata? Rifugio dei tuoi orgasmi? Del tuo sperma maledetto?
Io, causa dei tuoi mali, causa di tutti i mali, faccio ammenda per il mio amore malato,
faccio ammenda per ciò che ho provato,
faccio ammenda per aver provato a salvarti, o perlomeno per aver cercato di non farti annegare. Salvagente indesiderato.
Mea culpa. Mille volte mi batto il pugno sul petto.
In cerca di perdono. E di rianimazione alla Munchausen.
Amore mio malato, ti si dovrebbe scrivere un inno che sia di circoscrizione, di diffida, di allerta.
Che sa di amaro il fondo di ogni respiro.
Che la puttana troppo sentimentale ritorna cadavere tra le strade a cercare scopate inutili che non faranno che ricordare l’abisso tra te e ogni altro uomo. Tra me e ogni altro uomo.
Puttana. Me lo dico quando dovrei solo amarmi.
Mi punisco.
Che Patrizia mi straripa da ogni vena. Ancora. E sempre.
Solenne, esagerata, mi dono a te, muoio tra le tue mani rovinate, mio unico rifugio dove sentirmi abbandonata.
Odiami. E mi odi.
Scopami. E mi scopi.
Insignificante, cerco nel fondo del bicchiere la mia soluzione.
Dio, come desidero non svegliarmi più. Nell’indifferenza generale, così, senza tanti piagnistei.
Morirti tra le dita. Ecco.
Quelle dita che mi spingono e mi respingono tra i binari.
Puttana,
Che non capisce quando è stata pagata e deve andarsene.
Di quelle che hanno i segni delle botte.
Di quelle che non hanno clienti.
Di quelle che piangono. E si fanno baciare.
Di quelle che non lasciano mangiare.
Di quelle che ti vogliono riaccompagnare a casa.
Di quelle che ti vogliono curare.
‘’Non sono un vuoto a perdere, né uno sporco impossibile. Sono come tu mi vuoi’’ mi urla Ferretti.
Ma non ha incontrato te.
Sei come mio padre. Non sono mai stata all’altezza con lui. E tantomeno con te.
Mai.
Sempre in cerca di approvazione.
Sono come tu mi vuoi.
Puttana (sì, ancora).
Che i soldi te li puoi tenere per portare fuori chi vuoi.
Per metterti la camicia con chi vuoi.
Per regalare scatole e piume con cui accarezzarla.
Per guardare i film francesi insieme e insegnarle la differenza. To. Pas Do.
Perché tuo padre le prepari da mangiare.
Perché tua madre le voglia bene.
Che io sono finita.
Chiamatemi un avvocato per fare testamento, Rebecca perdio, vieni tu a firmare la diffida da me stessa. E da lui.
Rimarrò vergine violata, mi terrò pura per lui. Per il suo ricordo.
Tisi diventa malattia. Amen.

È solo.questione.ditempo.

Mycobacterium tuberculosis