lunedì 18 aprile 2011

Scosse da 380Volt(e) - Cronache di parziali resur(e)rezioni

Porto i segni della vergogna, la lettera scarlatta sul mio ventre sterile.
Mani sul collo, a tacermi. Punizioni con un retrogusto amaro.
Ho giocato il tuo gioco, padrone.
Ho giocato con i morti, io moribonda coraggiosa.
Mi hai chiamato col mio nome. E ancora mi si stringe lo stomaco a ricordarlo.
Mi chiedi se sono la tua puttana.
Sono quello che hai voluto che fossi. Ma non te lo dico.
“Sono come tu mi vuoi” dice Ferretti fin troppo allegro nell’altra stanza.
Tua? Tua.
“Non sento niente”. Ti [s]fotto.
È una sfida, una partita all’ultimo sangue. Ti guardo mentre mi mangi e mi divori e mi mordi e mi fai male e penso che doveva andare così. Che per una volta ho fatto quello che mi è stato chiesto.
Ora ti capisco, Patrizia.
Quando lui ti vuole.troia. Quando non deve esserci dubbio sulla tua natura.
Porto con pudicizia i segni sul collo delle tue mani, cappio di carne e ossa sul quale mi sono lasciata ammazzare.
Perché mi vuoi vergognosa. Quelle come me non mostrano i segni delle botte.
Mi ribello, per gioco (?), piccolo oggetto nelle tue mani; ed è bello vederti pensare come farmela pagare. Tremo un po’.
Dietro? Mai. Scordatelo.
Mi copro il viso con le mie mani bianche e fredde. “Scopami, non sono io, non ho una faccia, non ho un nome. Scopami.” - “No, così non vale. E come ti dovrei scopare, sentiamo?” - “Fammi male.”
Vittima delle tue mille lingue mi abbandono obbediente ai tuoi comandi.
Prendi, lecca, soffoca, mordi, godi, zitta, urla, parla, taci, muori.
A bastone e carota mi hai posseduta, legata ai tuoi ordini, libera di compiacerti.
Con una luce accecante, come nei migliori film porno. Che bisogna vedere tutto.
Il buio cancella i ricordi.
“Basta che non mi fai addormentare” mi dici. “Ho delle credenziali a riguardo” rispondo offesa. E infatti.
“Oh, era un sospiro quello?” - “Macché.” Giochiamo a [an]negare.

 
E poi le abluzioni, ci laviamo a vicenda la cattiveria con la quale ci siamo sporcati. Sotto la doccia ridivento sempre un po’ bambina.
Anche quando mi vieni addosso.
Anche quando il sapone brucia.
Anche quando vorresti entrare e mi fai male.
Ed esco, pulita dal sapone ma non dalle mie miserie.
Mi rifaccio Madonna per te, con gli occhi neri e l’accappatoio azzurro. Stanca. Con le occhiaie.
Se fossi un po’ più magra si vedrebbero le mie sofferenze. Ma ho un corpo nato per la finzione.
Ti addor[menti]. E io sgattaiolo via solo dopo essermi preoccupata della tua sveglia.
Sono quasi le sei.
Mi rintano sotto delle coperte che sanno di carta vetrata sulla mia pelle sottile e increspata dai brividi.
Mi copro la testa con le lenzuola, per nascondermi, per sparire. Per fare ammenda.
Mi lascio vergognare, senza vergogna e senza limite, senza lacrime e senza scadenza.
Mi raggomitolo, più piccola che posso, mi accarezzo la gola dolorante, la faccia gonfia dagli schiaffi.
Dormi, angelo mio, mi dico.
Ma quelle come me non dormono. Hanno delle occhiaie da crescere e da coprire col trucco.
Rimango a letto a marcire per qualche ora, mi alzo per cercare rifugio nell’erba e per scalare il muro del foglio bianco.
Che ho tremato tutta la notte dal bisogno di scrivere.
Che ho tremato tutta la notte dal dolore.
Che ho tremato tutta la notte per la paura di deglutire.
Che ho tremato tutta la notte al pensiero di volerti morire.

Reflussi gastro-emozionali - bis

24.03.2011
The day after.
Stomaco alla resa incondizionata.
Mi lecco le ferite nell’attesa di presentarmi a due colloqui ai quali non vorrei dover pensare.
Cerco di ricordare ciò che prosecchi, un mezzo litro di jackcola e un white russian hanno risparmiato.
Molto poco. E molto poco piacevole.


Credo di dover(ti) vomitare.
Sarà una grande opera.
Ho bisogno di un whisky. E non è neanche mezzogiorno.
Ma sfido il foglio bianco sperando in qualche effetto migliore.
Ai posteri.
Oggi il mio nome è Capro Espiatorio. Che nella confusione generale è solo a questo che riesco a pensare. Che è solo con me che esce l’infamia.
Che non ti riconosco più. Che ieri mi hai fatto paura.
Avrei preferito che mi picchiassi, avrebbe fatto meno male.
Ma non credo sarà più un mio problema oramai.
Ritorno alla mia veste candida, vergine violata, Violante, pura per lui, per farmi sporcare da lui.
Lui. Che mi viene addosso, che mi soffoca e mi schiaffeggia.
Che gli faccio sordide promesse per accattivarmelo ancora per un po’.
Che il sesso non è mai stato il mio forte, troppa poca testa.
E paradossalmente è la cosa che ci è riuscita meglio in quest’anno di guerra di posizione, di logoramento.

 
Che, mio Dio, profumi di casa.

 
Oggi respiro calma, delicata.
Consapevole e colpevole di tornare alla sterilità.
Lascio te schiavo degli istinti, amore mio, alle tue future scopate propongo un brindisi. Desidera inutilmente, possiedi con vigore, godi. Fumati la tua sigaretta. Accendila anche alle tue amanti senza faccia.
E io sarò lì, sai che sarò lì. A guardarti nel riflesso opaco del pavimento, nella curva delle ombre delle tue notti, infilata tra i tasti del tuo piano, tra le pieghe delle tue dita, tra i tuoi riccioli neri, dietro un pelo di barba.
Ossessiva. Ossessionante. Onnipresente. Latente. Un tumore da cullare. Una nenia sempiterna.
E ti guarderò volermi, in disparte.
Nelle quinte del tuo cuore. Dimenticata e presente tra gli attori falliti del tuo meraviglioso teatro.

Dada, in fondo, vuol dire gingillo. Nulla è stato lasciato al caso.

Reflussi gastro-emozionali

23-24.03.11
Le porte di Treviso serale ci guardano immobili mentre ci insultiamo.
‘’La principessa di Treviso serale”, l’hai detto, l’hai scritto, l’hai dimenticato?
Abbi cura di lui, chiunque tu sia.
Una Olivetti è troppo rumorosa per consolarmi in queste tredelmattino cattive più che mai.
Ti rovino la digestione.
Anche.
Sempre detto che è colpa mia. Nessuno mi crede. All’inizio.
Ma quello che mi merito pare sia sentire appuntamenti organizzatimi in faccia.
1 su 100. Non apprezzo neanche questo.
Quel dommage. Quelle ingratitude.
Fili scoperti, dicevi.
Quanto è amaro vedere come le parole vengano stuprate e usurpate.
Quante altre che non cito per pudore.
Maledetto.
Maledetto sia tu, per non farti odiare, ma per farmi sentire così oltraggiata allo stesso tempo.
Cosa sono? Cosa sono stata? Rifugio dei tuoi orgasmi? Del tuo sperma maledetto?
Io, causa dei tuoi mali, causa di tutti i mali, faccio ammenda per il mio amore malato,
faccio ammenda per ciò che ho provato,
faccio ammenda per aver provato a salvarti, o perlomeno per aver cercato di non farti annegare. Salvagente indesiderato.
Mea culpa. Mille volte mi batto il pugno sul petto.
In cerca di perdono. E di rianimazione alla Munchausen.
Amore mio malato, ti si dovrebbe scrivere un inno che sia di circoscrizione, di diffida, di allerta.
Che sa di amaro il fondo di ogni respiro.
Che la puttana troppo sentimentale ritorna cadavere tra le strade a cercare scopate inutili che non faranno che ricordare l’abisso tra te e ogni altro uomo. Tra me e ogni altro uomo.
Puttana. Me lo dico quando dovrei solo amarmi.
Mi punisco.
Che Patrizia mi straripa da ogni vena. Ancora. E sempre.
Solenne, esagerata, mi dono a te, muoio tra le tue mani rovinate, mio unico rifugio dove sentirmi abbandonata.
Odiami. E mi odi.
Scopami. E mi scopi.
Insignificante, cerco nel fondo del bicchiere la mia soluzione.
Dio, come desidero non svegliarmi più. Nell’indifferenza generale, così, senza tanti piagnistei.
Morirti tra le dita. Ecco.
Quelle dita che mi spingono e mi respingono tra i binari.
Puttana,
Che non capisce quando è stata pagata e deve andarsene.
Di quelle che hanno i segni delle botte.
Di quelle che non hanno clienti.
Di quelle che piangono. E si fanno baciare.
Di quelle che non lasciano mangiare.
Di quelle che ti vogliono riaccompagnare a casa.
Di quelle che ti vogliono curare.
‘’Non sono un vuoto a perdere, né uno sporco impossibile. Sono come tu mi vuoi’’ mi urla Ferretti.
Ma non ha incontrato te.
Sei come mio padre. Non sono mai stata all’altezza con lui. E tantomeno con te.
Mai.
Sempre in cerca di approvazione.
Sono come tu mi vuoi.
Puttana (sì, ancora).
Che i soldi te li puoi tenere per portare fuori chi vuoi.
Per metterti la camicia con chi vuoi.
Per regalare scatole e piume con cui accarezzarla.
Per guardare i film francesi insieme e insegnarle la differenza. To. Pas Do.
Perché tuo padre le prepari da mangiare.
Perché tua madre le voglia bene.
Che io sono finita.
Chiamatemi un avvocato per fare testamento, Rebecca perdio, vieni tu a firmare la diffida da me stessa. E da lui.
Rimarrò vergine violata, mi terrò pura per lui. Per il suo ricordo.
Tisi diventa malattia. Amen.

È solo.questione.ditempo.

Mycobacterium tuberculosis

Applying for a life

Ore 10. Sveglia. Ti prepari al gran giorno con estrema cura e altrettanta indifferenza.
Ore 10.50. Sei in ritardo perché hai cercato di prelevare ma il bancomat non funzionava, quel maledetto. E’ destino che non li devi avere quei soldi.
Corri, aggrappandoti al volante come se fosse la tua boa nell’Oceano, corri a questo incontro in un centro commerciale di provincia che ti offre uno stage di 6 mesi. Si penserà ‘’dovrà imparare un gran mestiere, forse stavolta ce la farà’’. Ehi, attenzione. Ora devi ‘’imparare’’ a fare la commessa in un negozio di 50 metri quadri, dove un mio solo pensiero starebbe stretto ma di chiacchiere e filosofie sui colori di una tutina piuttosto che un’altra ce ne stanno a montagne.
‘’Vedi, ci sta tutta una psicologia dietro a questo mestiere’’ mi dice la mia inquisitrice.
Annuisco sorridendo, fingendo di acconsentire che la dietrologia di un simile concetto possa essere applicata a una taglia 9 mesi piuttosto che a una 12.
D’altronde ‘’la vendita’’, mi dice questo diavolo in piega, ‘’è un plagio’’ (scorgo anche un sorriso un po’ maligno dietro ai suoi denti scuri di fumatrice). ‘’Ma un plagio soft’’ mi tranquillizza la mia sorridente Belzebù vedendo il mio sorriso confezionato contrarsi un po’.
‘’Ma certo’’ annuisco io mostrandomi convinta e tirando via con un angolo della bocca quel segno di scocciatura. Forse si vedrà nei miei occhi?, mi chiedo. Distolgo lo sguardo verso una vetrina. Mi concentro. La guardo con rinnovato entusiasmo infilandoci qualche frasaccia sulla mia mania per l’ordine e sulla mia particolare attitudine alle relazioni.
Forse nota che fingo perché sorride sotto i baffi.
Ma in fondo si vede che sa che è parte del gioco.
Ci lasciamo stringendoci la mano, contenta di poter tornare alla mia espressione scomoda e indifferente.
Mi piazzo davanti alle porte scorrevoli e mi lascio colpire dal fastidioso grigiore di un futuro temporale pomeridiano.
So già che non mi chiamerà la mia cara Lucifera.
Non spendo neanche un euro per crederci.
Imploro con lo sguardo un conducente di farmi passare. Un po’ scocciato si lascia convincere scrutandomi con sospetto. Chissà cos’ha per la testa quel piccolo borghese in BMW. Proseguo per la mia strada, o meglio, proseguo per la strada. Mi preparo mentalmente le frasette da sciorinare ai miei preoccupati genitori.
Quante altre volte gliele ripeterò, quante altre volte esporrò il mio sorriso da collezione. La collezione di insuccessi e parole a vuoto della primogenita delle agenzie. In uscita ogni giorno col quotidiano che preferite. 


domenica 17 aprile 2011