Aspettare una luce e supplicare ogni macchina di rallentare, di fermarti qui.
Die zeit che scorre, in entrambi i sensi.
Slim troppo stretti per queste gambe che vogliono solo correre.
Che è inverno e lo spleen non esce più dalle mie superga.
Lingua che brucia per il troppo fumo. Scintille di parole che mi scottano.
Tiro sempre troppo in fretta.
E scaldo me e il fumo sui Norman [Mx non me ne avere].
Meg sembra prendermi per il culo.
Lascio il thc, o qualsiasi magia quella cosa contenga, a farmi compagnia.
Ad aspettare che le tue ti lascino. Ti bisbiglio parole che non ti dirò mai.
Quando arrivi fermami piano dalla mia ricerca del centro.
Mi guardo nello specchietto come per dimostrarmi che sono ancora qui.
Guardo la matita nera dare un confine ai miei occhi affamati, e ricordo come mi sistemavo con cura prima che arrivassi. Ossessionata da quell'eyeliner instabile.
Quando ancora eri uno qualunque o quasi. Se mai lo sei stato.
Mi appisolo nei miei incubi, mummificata da quello che ho fumato.
Sogno dei nostri pastelli, sogno che te ne disegno mille di cuori di riserva. E anche un bel po' di cuori da festa.
Quelli li disegno un po' meglio, con la lingua in mezzo alle labbra come i bambini. Che qualche mezz'ora dopo tu mi dirai che volevi regalarmeli tutti neri. Mi parli di ricerche e di specialità della casa che non conosci. Ascolto scettica i tuoi discorsi ma sei sempre stato così ossessivo nei confronti di queste cose.
Intanto mi basta accarezzare quello spazio tra la barba e gli occhi.
Sorrido alle tue parole un filo paranoiche sul quanto sei stronzo a baciarmi, ché vuoi aspettare che sia davvero.
Davvero cosa. E' sempre stato davvero. Non sentirti in colpa per tutto il resto.
Che i pastelli sto correndo a comprarli.
Ti saluto sempre per ultimo. Per poterti dedicare qualche secondo in più. Si sa mai.
Avanzo.
martedì 23 novembre 2010
sabato 6 novembre 2010
Infinita ed infinitesimale
Come nei migliori copioni appena dopo che mi baci guardo da un'altra parte. Come se fossi il terzo incomodo che fa l'indifferente davanti all'eterna limonata dei suoi amichetti. Che era meglio se stava a casa. Il terzo incomodo. E forse anch'io.
Che te l'ho sempre detto che così vicino non riesco a guardarti. Che invece tu mi divori con quelle perle nere.
''Come sei bello quando sei eccitato. Con quegli occhi neri...così neri!''
Lei sa già tutto.
E oggi mi ascolto di nuovo quel Tiersen al vetriolo che mi hai regalato.
Piano.forte.voce.morte.a tempo.
Qualche lacrima ancora me la regalo.
E poi penso, ma sì. Chi vuoi che sia.
In fondo sono solo una presuntuosa (''Guarda guarda, Patrizia la superba''). Che non si arrende all'idea del qualunquismo. Dell'una fra tante. Cos'ho fatto poi. Nulla. Appunto. E allora ''Let it go''.
Non mi sono neanche comportata bene all'inizio.
Questo lo penso, veramente, con una consapevolezza che mi stordisce.
Perché sei talmente...sei talmente. che riusciresti a vedere qualcosa di speciale anche in qualcun'altro.
Che quello che sono io alla fine è solo una tua immagine.
Scrivi sempre bene di me però. Che sennò mi si sgualcisce il dipinto.
Ho una reputazione pittorica da mantenere, io.
E scrivimi bella. Bellissima. Come non lo sono mai stata.
E truccata bene, che dopo tutto l'eyeliner sia ancora lì e non che me lo ritrovo sulle caviglie.
E i lividi falli sembrare dolci, che poi la gente pensa male.
Però scrivici un po' più stupidi. Un po' più leggeri.
Come quelli che si mandano i cuori e che si scrivono le frasone strappate qua e là.
Non com'è in realtà, che ci lanciamo messaggi-bomba. Che le parole ce le inventiamo noi.
Che nascono e muoiono per noi. Che non le puoi usare per nessun'altro.
Ecco un po' più frivoli, che siamo sempre stati così pesanti.
Io poi.
E lo specchietto non usarlo mai. Che se non è con me m'incazzo.
Vedi? Ci sono ricascata, superba. Porgo la mano per lo schiaffo dovuto.
Dai che io e R. andiamo al mare. Che ci vestiamo a strati che non si sa mai quanto si sta via.
Così magari riesco a vedere. altro. e a convincermi. che non sono convinta.
A proposito, ora che ho preso lo stipendio, la prossima volta che ci vediamo portami il conto del monolocale che ti ho subaffittato. E fai fattura, che ci sono i controlli. Che ti controllo.
''Intanto. Incanto.'' Se non fosse così...così, è talmente bello che lo imparerei a memoria. Per recitarmelo mentre mi faccio una risonanza, che magari lo spazio stretto mi mette ansia. Buffo, dato che vivo in un monolocale.
Ma ti ricordi com'eravamo pieni?
Ecco, è qui che devi venire. Par coeur.
Che te l'ho sempre detto che così vicino non riesco a guardarti. Che invece tu mi divori con quelle perle nere.
''Come sei bello quando sei eccitato. Con quegli occhi neri...così neri!''
Lei sa già tutto.
E oggi mi ascolto di nuovo quel Tiersen al vetriolo che mi hai regalato.
Piano.forte.voce.morte.a tempo.
Qualche lacrima ancora me la regalo.
E poi penso, ma sì. Chi vuoi che sia.
In fondo sono solo una presuntuosa (''Guarda guarda, Patrizia la superba''). Che non si arrende all'idea del qualunquismo. Dell'una fra tante. Cos'ho fatto poi. Nulla. Appunto. E allora ''Let it go''.
Non mi sono neanche comportata bene all'inizio.
Questo lo penso, veramente, con una consapevolezza che mi stordisce.
Perché sei talmente...sei talmente. che riusciresti a vedere qualcosa di speciale anche in qualcun'altro.
Che quello che sono io alla fine è solo una tua immagine.
Scrivi sempre bene di me però. Che sennò mi si sgualcisce il dipinto.
Ho una reputazione pittorica da mantenere, io.
E scrivimi bella. Bellissima. Come non lo sono mai stata.
E truccata bene, che dopo tutto l'eyeliner sia ancora lì e non che me lo ritrovo sulle caviglie.
E i lividi falli sembrare dolci, che poi la gente pensa male.
Però scrivici un po' più stupidi. Un po' più leggeri.
Come quelli che si mandano i cuori e che si scrivono le frasone strappate qua e là.
Non com'è in realtà, che ci lanciamo messaggi-bomba. Che le parole ce le inventiamo noi.
Che nascono e muoiono per noi. Che non le puoi usare per nessun'altro.
Ecco un po' più frivoli, che siamo sempre stati così pesanti.
Io poi.
E lo specchietto non usarlo mai. Che se non è con me m'incazzo.
Vedi? Ci sono ricascata, superba. Porgo la mano per lo schiaffo dovuto.
Dai che io e R. andiamo al mare. Che ci vestiamo a strati che non si sa mai quanto si sta via.
Così magari riesco a vedere. altro. e a convincermi. che non sono convinta.
A proposito, ora che ho preso lo stipendio, la prossima volta che ci vediamo portami il conto del monolocale che ti ho subaffittato. E fai fattura, che ci sono i controlli. Che ti controllo.
''Intanto. Incanto.'' Se non fosse così...così, è talmente bello che lo imparerei a memoria. Per recitarmelo mentre mi faccio una risonanza, che magari lo spazio stretto mi mette ansia. Buffo, dato che vivo in un monolocale.
Ma ti ricordi com'eravamo pieni?
Ecco, è qui che devi venire. Par coeur.
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