Un amore muore.
Tutti gli amori muoiono. Possono morire.
Tranne quelli nati a Parigi.
E' impossibile non amare a Parigi.
E' per quello che ci vedremo lì.
Per amarci dopo dieci anni. Per amarci come non siamo riusciti qui.
Non ci credi? E invece ce la faremo.
Trent'anni. E trentatré. Ci ameremo. Tardi, ma noi non siamo mai stati al passo.
Però ogni tanto ricordami.
Suonami magari.
Festeggeremo il nuovo anno con l'amore in bocca, talmente tanto che avremo la guancia gonfia da un lato.
Me lo vedo già il tuo sorriso sbiadito, me lo vedo già il mio storto, sconnesso, che si ribella ai muscoli del mio viso.
Sorriderò di più.
Vivremo quel giorno amandoci, come mai abbiamo amato prima di quel giorno e come mai ameremo dopo.
E poi via, tu col tuo aereo, io (spero) solo con le chiavi di casa.
Prima metro. Sorriderò ebete al vetro sentendo gli sguardi dei passegeri che si interrogano su una mia eventuale tossicodipendenza.
Immagino il tuo, mentre torni dalla tua famiglia cercando di sopprimere tutto, come fai sempre.
Non moriremo a Parigi. Risorgeremo.
Cammineremo per mano con le nostre vite, silenziosi come sempre, pensando a chissà cosa ma chi se ne frega.
Siamo lì e ci basta.
E' tutto fermo.
''Il prossimo, il remoto, il passato e il futuro non sono più niente''.
mercoledì 29 settembre 2010
Eravamo in due. Ma non si andava mai a tempo.
Che poi li odio i tergi della mia 500. Hanno solo 2 velocità.
Una lentissima e una insufficientemente veloce.
Forse gli ingegneri sottopagati della Fiat hanno pensato di progettarla per infastidire il più possibile il cliente finale.
Tra i fastidi abbiamo:
- clacson con le adenoidi (è molto poco virile)
- 3 porte
- i parasole cadenti
- portaoggetti atto a nascondere il fumo: assente (che ti devi accontentare dei buchi nei coprisedili)
- servosterzo: assente
- freno a mano: per bellezza (che poi non è neanche lontanamente carino)
- riscaldamento tropicale senza mezze vie d'inverno.
- riscaldamento tropicale senza mezze vie d'estate.
- le mezze stagioni propongono: foglie secche sul viso all'apertura delle bocchette o (stessa dinamica) fiori dei pioppi su per il naso.
Ma la cosa peggiore sono i suddetti tergi.
La prima velocità: una merda. Inutile quando piove poco. E' troppo lento e le gocce si seccano. La malignità di tutto ciò è che quando arriverà il Sole contro avrai una comoda visione opaca a pois.
la seconda velocità: una stronza. Quando piove sul serio desideri di non averla. E' più l'inquinamento acustico e visivo che una reale funzionalità.
La pioggia te la spalmano, non la spostano. Maledetti.
''Che fortuna Ilaria, ha anche la quinta!!!'' ha detto mia madre, entusiasta, quando l'ho comprata.
Insomma, nessuno si aspettava granché e la Fiat ha diligentemente pensato di soddisfare le aspettative del consumatore.
Che poi non so perché quando piove non si pulisce mai la carrozzeria. Dispettosa.
Che mi tocca sporgermi come un suicida dalla finestra del bagno e gettargli una secchiata di detersivo per pulirla un po'.
Dai, asciugami le lacrime, alla prima velocità così quando c'è il sole e voglio sorridere potrò evitare di farlo concentrandomi su quelle gocce secche che sembrano scolpite sulle mie guance di vetro.
O forse è meglio non vedere?
Seconda velocità sorprendimi.
Una lentissima e una insufficientemente veloce.
Forse gli ingegneri sottopagati della Fiat hanno pensato di progettarla per infastidire il più possibile il cliente finale.
Tra i fastidi abbiamo:
- clacson con le adenoidi (è molto poco virile)
- 3 porte
- i parasole cadenti
- portaoggetti atto a nascondere il fumo: assente (che ti devi accontentare dei buchi nei coprisedili)
- servosterzo: assente
- freno a mano: per bellezza (che poi non è neanche lontanamente carino)
- riscaldamento tropicale senza mezze vie d'inverno.
- riscaldamento tropicale senza mezze vie d'estate.
- le mezze stagioni propongono: foglie secche sul viso all'apertura delle bocchette o (stessa dinamica) fiori dei pioppi su per il naso.
Ma la cosa peggiore sono i suddetti tergi.
La prima velocità: una merda. Inutile quando piove poco. E' troppo lento e le gocce si seccano. La malignità di tutto ciò è che quando arriverà il Sole contro avrai una comoda visione opaca a pois.
la seconda velocità: una stronza. Quando piove sul serio desideri di non averla. E' più l'inquinamento acustico e visivo che una reale funzionalità.
La pioggia te la spalmano, non la spostano. Maledetti.
''Che fortuna Ilaria, ha anche la quinta!!!'' ha detto mia madre, entusiasta, quando l'ho comprata.
Insomma, nessuno si aspettava granché e la Fiat ha diligentemente pensato di soddisfare le aspettative del consumatore.
Che poi non so perché quando piove non si pulisce mai la carrozzeria. Dispettosa.
Che mi tocca sporgermi come un suicida dalla finestra del bagno e gettargli una secchiata di detersivo per pulirla un po'.
Dai, asciugami le lacrime, alla prima velocità così quando c'è il sole e voglio sorridere potrò evitare di farlo concentrandomi su quelle gocce secche che sembrano scolpite sulle mie guance di vetro.
O forse è meglio non vedere?
Seconda velocità sorprendimi.
lunedì 27 settembre 2010
Ci vuol poco a scordarsi da dove eri partito
Non c'è giustizia.
E non è retorica.
Questa cazzo di giustizia non c'è.
Si è nascosta chissà dove. Per dispetto.
La cercavano in troppi.
Forse aveva qualche losco affare per le mani.
Fatto sta che la signorina è assente.
E 100 chiamate al giorno non bastano a farla tornare. Neanche 150.
Esigente.
Ma esente. Da meritocrazia.
Ci tiene a mantenere la sua verginità a scapito del c**o degli altri.
Ma sì, scriviamolo. Culo.
Destinati all'omosessualità. Quella passiva.
Quella che o la ami o la odi.
Ma non imparerai mai ad amarla.
Perché senti che lì non ci dovrebbe entrare niente.
Ma spinge, e tu aspetti solo il momento della stoccata.
Che arriva in un soleggiato mezogiorno di fine settembre, quando il tuo culo, appunto, si è abituato a sprofondare in una sedia scomoda,
quando la Ballata del Lavoro Interinale ti gira in testa e te la senti sulla pelle forse per la prima volta,
quando gli insetti fuori combattono con il vetro a specchio,
quando gli aerei lasciano il segno e tu vorresti essere lì ma anche no.
Proprio lì.
Entra che è un piacere. Ma anche no.
Ma entra facilmente,
vero Clara?
E non è retorica.
Questa cazzo di giustizia non c'è.
Si è nascosta chissà dove. Per dispetto.
La cercavano in troppi.
Forse aveva qualche losco affare per le mani.
Fatto sta che la signorina è assente.
E 100 chiamate al giorno non bastano a farla tornare. Neanche 150.
Esigente.
Ma esente. Da meritocrazia.
Ci tiene a mantenere la sua verginità a scapito del c**o degli altri.
Ma sì, scriviamolo. Culo.
Destinati all'omosessualità. Quella passiva.
Quella che o la ami o la odi.
Ma non imparerai mai ad amarla.
Perché senti che lì non ci dovrebbe entrare niente.
Ma spinge, e tu aspetti solo il momento della stoccata.
Che arriva in un soleggiato mezogiorno di fine settembre, quando il tuo culo, appunto, si è abituato a sprofondare in una sedia scomoda,
quando la Ballata del Lavoro Interinale ti gira in testa e te la senti sulla pelle forse per la prima volta,
quando gli insetti fuori combattono con il vetro a specchio,
quando gli aerei lasciano il segno e tu vorresti essere lì ma anche no.
Proprio lì.
Entra che è un piacere. Ma anche no.
Ma entra facilmente,
vero Clara?
Quel favoloso mondo
Io sono così. solo che tu non sorridi. Neanche ti accorgi che sono dietro di te, anzi. Cerchi qualcun'altro da metterci. Ma sono io l'incastro perfetto.
Quindi sorridi, mi hai trovata e non serve che ti fermi, io sono già lì.
Sorridi amore mio.
Quindi sorridi, mi hai trovata e non serve che ti fermi, io sono già lì.
Sorridi amore mio.
venerdì 17 settembre 2010
Voglio essere Lady Gaga o 'Della leggerezza della stupidità'
Come vorrei essere la Lady Gaga della situazione. Pensare solo alla prossima parrucca da indossare.È il peso dell’intelligenza. Della coscienza dell’esistenza.
Un’esistenza che al pari di Lady Gaga mando avanti senza sapere bene come o perché: ogni mattina a qualche ora mi sveglierò.
Non voglio trascinarmi e trovarmi alla fine dovendo ammettere di essermi fatta portare dalla corrente.
Voglio fare qualche bracciata contro, voglio avere il fiatone ma sorridere, anche solo per un centimetro in più.
Voglio sentirmi sola ma parte del mondo.
Voglio la mia ancora, la mia luna sempre piena da guardare quando le forze mancano e la corrente sembra approfittarne per portarmi chissà dove.
Voglio respirare la mia vita sapendo che la sto apprezzando per davvero, voglio perdere le unghie a forza di scavare, voglio avere il piacere di cercare, quello di trovare, quello di condividere, anche solo con uno sguardo verso il cielo.
Voglio una persona che studi la mia lingua.
Voglio una persona che mi sfogli e mi annusi lentamente come il libro più prezioso che c’è.
Un’esistenza che al pari di Lady Gaga mando avanti senza sapere bene come o perché: ogni mattina a qualche ora mi sveglierò.
Non voglio trascinarmi e trovarmi alla fine dovendo ammettere di essermi fatta portare dalla corrente.
Voglio fare qualche bracciata contro, voglio avere il fiatone ma sorridere, anche solo per un centimetro in più.
Voglio sentirmi sola ma parte del mondo.
Voglio la mia ancora, la mia luna sempre piena da guardare quando le forze mancano e la corrente sembra approfittarne per portarmi chissà dove.
Voglio respirare la mia vita sapendo che la sto apprezzando per davvero, voglio perdere le unghie a forza di scavare, voglio avere il piacere di cercare, quello di trovare, quello di condividere, anche solo con uno sguardo verso il cielo.
Voglio una persona che studi la mia lingua.
Voglio una persona che mi sfogli e mi annusi lentamente come il libro più prezioso che c’è.
Transennami
Che cosa succede quando hai in mano il tuo futuro e non sai cosa farne, quando non sai come plasmarlo?
Quando ti accorgi che per sopravvivere alla realtà che ti circonda ci applichi una pellicola trasparente che la rende un po’ più lucida, quando la colori come più ti piace, come vorresti che in realtà fosse?
Perché ormai non riesci neanche più a guardare una pubblicità senza schifarti del ‘sistema’.
Un dittamo di prodotti che ti vengono resi necessari, che servono ad avvicinarti alla casta dominante, che vogliono creare coinvolgimento ed euforia, ma che in realtà hanno solo la pretesa di farti uniformare per poterti meglio controllare.
È questa la chiave: il controllo.
Loro decidono la moda, loro decidono l’informazione, loro decidono la disinformazione, loro decidono chi va tenuto e chi è scomodo. Non c’è maniera di bypassarli. Non se vuoi uscire allo scoperto.
Ti fanno credere di poter creare scompiglio ma in realtà decidono in che quantità.
Anche se il viola si fa sentire, è un popolo che sarà sempre limitato dagli altri colori, perché loro fanno più tendenza. Perché loro hanno le transenne.
Quando ti accorgi che per sopravvivere alla realtà che ti circonda ci applichi una pellicola trasparente che la rende un po’ più lucida, quando la colori come più ti piace, come vorresti che in realtà fosse?
Perché ormai non riesci neanche più a guardare una pubblicità senza schifarti del ‘sistema’.
Un dittamo di prodotti che ti vengono resi necessari, che servono ad avvicinarti alla casta dominante, che vogliono creare coinvolgimento ed euforia, ma che in realtà hanno solo la pretesa di farti uniformare per poterti meglio controllare.
È questa la chiave: il controllo.
Loro decidono la moda, loro decidono l’informazione, loro decidono la disinformazione, loro decidono chi va tenuto e chi è scomodo. Non c’è maniera di bypassarli. Non se vuoi uscire allo scoperto.
Ti fanno credere di poter creare scompiglio ma in realtà decidono in che quantità.
Anche se il viola si fa sentire, è un popolo che sarà sempre limitato dagli altri colori, perché loro fanno più tendenza. Perché loro hanno le transenne.
Anafora della stanchezza con omaggio al poeta e amico Matteo Zara
Stanca di un modo di vivere mediocre, che non mi assomiglia, che non assimilo.Stanca di essere “speciale”, ma di venire comunque rifiutata.
Stanca di sentire parole vuote, ricche solo di sintassi articolata, ma vacue di semantica.
Stanca di vedere i miei occhi piangere per la nullità del mio essere.
Stanca di vederli piangere per la crudeltà degli altri.
Stanca di rimanere qui, a fare le solite cose, un’infinita sbornia che procurerà solo un forte mal di testa.
Stanca di sognare altri sfondi per la mia figura, altri luoghi per nutrire i miei occhi.
Stanca di dover respirare a vuoto, solo per dovere e non per piacere di sentire l’aria dentro di me.
Stanca dei limiti umani.
Stanca dei tuoi limiti che mi lasciano qui, ad accartocciarmi su me stessa come carta nel fuoco.
Stanca del nichilismo che mi straripa dal cuore.
Stanca di costruire argini per la mia personalità, per i miei cazzo di sentimenti assurdi che ognuno come in una scadente fiction, melodrammaticamente custodisce per non si sa chi o non si sa che cosa, perdendosi ogni volta un’occasione di felicità.
Stanca di cercare disperatamente questa occasione e trovare solo spaventapasseri al posto di persone.
Stanca degli studi inconcludenti.
Stanca di sognare Parigi e i tuoi occhi stanchi.
Stanca del mio corpo mai adatto ad una conversazione.
Stanca del volgare estetismo dei miei tempi.
Stanca del sistema accentratore che divide le masse e del sistema corrotto che unisce i criminali.
Stanca di una politica federalista che sputa sulla giubba garibaldina.
Stanca dell’indotta cecità popolare.
Stanca di dovermi fare male per sentire qualcosa.
Stanca di dovermi alterare per non sentire niente.
Stanca di dover bere medicine per lo stomaco e birre per la testa.
Stanca di non aspettarmi più niente dalla vita.
Stanca di dovermi spegnere.
Stanca dei bocconi amari che mi hai messo sul piatto.
Stanca di dover guidare nella stessa direzione e non arrivare mai a qualcosa.
Stanca di dover provare qualsiasi cosa per sentirmi minimamente appagata.
Stanca di sentir bruciare le mie braccia, indigesta carcassa delle mie isteriche mani.
Stanca di doverle nascondere.
Stanca di dovermi nascondere. Dietro falsi sorrisi e falsa ilarità. Il mio nome mi condanna.
Stanca di dover giocare ogni volta con i miei sogni e i mie sentimenti del cazzo.
Stanca di doverti rincorrere per queste montagne.
Stanca di cercare una direzione.
Stanca degli attacchi isterici e paranoidi che nessuno cura ma che ognuno fomenta.
Stanca di dovermi imporre normalità dove la normalità non esiste.
Stanca di sentire parole vuote, ricche solo di sintassi articolata, ma vacue di semantica.
Stanca di vedere i miei occhi piangere per la nullità del mio essere.
Stanca di vederli piangere per la crudeltà degli altri.
Stanca di rimanere qui, a fare le solite cose, un’infinita sbornia che procurerà solo un forte mal di testa.
Stanca di sognare altri sfondi per la mia figura, altri luoghi per nutrire i miei occhi.
Stanca di dover respirare a vuoto, solo per dovere e non per piacere di sentire l’aria dentro di me.
Stanca dei limiti umani.
Stanca dei tuoi limiti che mi lasciano qui, ad accartocciarmi su me stessa come carta nel fuoco.
Stanca del nichilismo che mi straripa dal cuore.
Stanca di costruire argini per la mia personalità, per i miei cazzo di sentimenti assurdi che ognuno come in una scadente fiction, melodrammaticamente custodisce per non si sa chi o non si sa che cosa, perdendosi ogni volta un’occasione di felicità.
Stanca di cercare disperatamente questa occasione e trovare solo spaventapasseri al posto di persone.
Stanca degli studi inconcludenti.
Stanca di sognare Parigi e i tuoi occhi stanchi.
Stanca del mio corpo mai adatto ad una conversazione.
Stanca del volgare estetismo dei miei tempi.
Stanca del sistema accentratore che divide le masse e del sistema corrotto che unisce i criminali.
Stanca di una politica federalista che sputa sulla giubba garibaldina.
Stanca dell’indotta cecità popolare.
Stanca di dovermi fare male per sentire qualcosa.
Stanca di dovermi alterare per non sentire niente.
Stanca di dover bere medicine per lo stomaco e birre per la testa.
Stanca di non aspettarmi più niente dalla vita.
Stanca di dovermi spegnere.
Stanca dei bocconi amari che mi hai messo sul piatto.
Stanca di dover guidare nella stessa direzione e non arrivare mai a qualcosa.
Stanca di dover provare qualsiasi cosa per sentirmi minimamente appagata.
Stanca di sentir bruciare le mie braccia, indigesta carcassa delle mie isteriche mani.
Stanca di doverle nascondere.
Stanca di dovermi nascondere. Dietro falsi sorrisi e falsa ilarità. Il mio nome mi condanna.
Stanca di dover giocare ogni volta con i miei sogni e i mie sentimenti del cazzo.
Stanca di doverti rincorrere per queste montagne.
Stanca di cercare una direzione.
Stanca degli attacchi isterici e paranoidi che nessuno cura ma che ognuno fomenta.
Stanca di dovermi imporre normalità dove la normalità non esiste.
Redundance o 'Dell'andiamo al cinematografo'
Sono costretta a fare i conti con la mia cinematografia, con i miei ‘’se’’ che quasi posso toccare, con le mie voglie che mi aiutano a guidare, con quei variabili gradi che mi aiutano a dimenticare la mancata appartenenza.Sei il mio tumore, inspiegabile, incurabile, metastasi scintillante mi distruggi il cuore, ti sento dietro la mia testa, vedo la tua faccia in trasparenza, qualsiasi cosa io guardi.
E non riesco ancora a lasciarti andare, non riesco ancora a trovare un modo che mi permetta di odiare, di negare. Che tu esisterai sempre.
Ci scambiamo saggezze come figurine, ci viene così facile.
Eppure c’è una difficoltà, un’incespicante angoscia dietro le nostre saccenti teorie che non riusciamo a formulare, che ci fanno sentire vicini in questo mondo che crea distanze sempre maggiori.
Noi, piccoli critici della ridondante retorica dei nostri anni.
E non riesco ancora a lasciarti andare, non riesco ancora a trovare un modo che mi permetta di odiare, di negare. Che tu esisterai sempre.
Ci scambiamo saggezze come figurine, ci viene così facile.
Eppure c’è una difficoltà, un’incespicante angoscia dietro le nostre saccenti teorie che non riusciamo a formulare, che ci fanno sentire vicini in questo mondo che crea distanze sempre maggiori.
Noi, piccoli critici della ridondante retorica dei nostri anni.
Ossigeno
Come un medievale portone, sento il mio Io frustrato chiudersi con forza, isolarsi nella ricchezza interiore isolando i nemici esterni.
Ma sono esausta di vedere nero, voglio una luce da accendere, voglio qualcuno che la accenda per me, che mi faccia questo favore.
“E cerco solamente cose nuove, che sappiano comprimere il dolore”*.
Non vedo nulla di nuovo, non vedo nulla cambiare, tutto sembra annichilirsi e piegarsi su se stesso nella solita dinamica, nel solito ritrito copione.
Aspettando un lunedì che non arriverà mai, per un incontro bancario a cui non assisterò mai, per un amore che non consumerò mai, mi rigiro tra le lenzuola sporche di sangue e sudore, come a mappare la grande confusione che da troppo mi affligge.
Le parole riaffiorano, cattive, di tutte quelle cose dolci che mi dicevi, e di come tutta la forza che credevo avessimo, sublima per lasciarmi senza ossigeno.
*cit. 'Evito la forma' - Otto Ohm
Ma sono esausta di vedere nero, voglio una luce da accendere, voglio qualcuno che la accenda per me, che mi faccia questo favore.
“E cerco solamente cose nuove, che sappiano comprimere il dolore”*.
Non vedo nulla di nuovo, non vedo nulla cambiare, tutto sembra annichilirsi e piegarsi su se stesso nella solita dinamica, nel solito ritrito copione.
Aspettando un lunedì che non arriverà mai, per un incontro bancario a cui non assisterò mai, per un amore che non consumerò mai, mi rigiro tra le lenzuola sporche di sangue e sudore, come a mappare la grande confusione che da troppo mi affligge.
Le parole riaffiorano, cattive, di tutte quelle cose dolci che mi dicevi, e di come tutta la forza che credevo avessimo, sublima per lasciarmi senza ossigeno.
*cit. 'Evito la forma' - Otto Ohm
L'amer destin
I sintomi dell’assenza si fanno sentire, prepotenti.
La storia che mi circonda fa sentire tutto ancora più vetusto ed impolverato.
Questa città che vomita luci mi infastidisce, mi abbaglia con la sua ipocrisia, tentandomi con la sua suadente forma.
E arranco per queste strade che non hanno più sensi o direzioni, sono solo asfalto che i miei piedi macinano nauseati.
Qualcosa mi sta cambiando, qualcosa di nascosto che aspettavo da un po’. Un’altra delusione, un’altra MIA delusione, nei confronti del genere umano del quale mi sono rassegnata ma in cui ogni volta spero.
E tu, che credevo ne fossi per la maggior parte estraneo, mi fai angosciosamente sospettare di farne parte, di non dimostrarti veramente differente, di rendermi ancora una volta soggetta alle torture che la società mi infligge e che da te non mi sarei aspettata.
Pensavo fossi il mio riscatto, il mio scudo, ma ho paura della tua trasformazione.
Ti muterai in spada, solerte a ferire ancora una volta il mio tormento.
E i tuoi occhi che non più palpitano su di me sono come buchi neri che mi inghiottono nel limbo che sto attraversando e dal quale temo di non uscire viva.
Che senso ha proseguire, se non per inerzia, sapendo che è questo che ancora mi aspetterà? Quanti ancora martirizzeranno quel poco che resterà di me, quanti sciacalli ancora dovrò guardare mangiarmi?
A quante persone dovrò far passare la dogana per poi vedermi meramente contrabbandata?
Non ho speranza, non ho motivo, non ho ragione, se non quella di adattarmi come tutti ed andare inesorabilmente avanti.
Ma lo farò con più disperazione, avendo coscienza di ciò che mi aspetta nell’ancora lungo scorrere della mia vita.
Andrò avanti quindi, con la fatica nello stomaco e i sogni in bocca, aspettando il mio destino amaro nell’intraducibile lettura che farò della mia vita.
Sperando di fuggire, sperando ancora di averti, sperando di non averti più, sperando di cambiare doppiaggio.
La storia che mi circonda fa sentire tutto ancora più vetusto ed impolverato.
Questa città che vomita luci mi infastidisce, mi abbaglia con la sua ipocrisia, tentandomi con la sua suadente forma.
E arranco per queste strade che non hanno più sensi o direzioni, sono solo asfalto che i miei piedi macinano nauseati.
Qualcosa mi sta cambiando, qualcosa di nascosto che aspettavo da un po’. Un’altra delusione, un’altra MIA delusione, nei confronti del genere umano del quale mi sono rassegnata ma in cui ogni volta spero.
E tu, che credevo ne fossi per la maggior parte estraneo, mi fai angosciosamente sospettare di farne parte, di non dimostrarti veramente differente, di rendermi ancora una volta soggetta alle torture che la società mi infligge e che da te non mi sarei aspettata.
Pensavo fossi il mio riscatto, il mio scudo, ma ho paura della tua trasformazione.
Ti muterai in spada, solerte a ferire ancora una volta il mio tormento.
E i tuoi occhi che non più palpitano su di me sono come buchi neri che mi inghiottono nel limbo che sto attraversando e dal quale temo di non uscire viva.
Che senso ha proseguire, se non per inerzia, sapendo che è questo che ancora mi aspetterà? Quanti ancora martirizzeranno quel poco che resterà di me, quanti sciacalli ancora dovrò guardare mangiarmi?
A quante persone dovrò far passare la dogana per poi vedermi meramente contrabbandata?
Non ho speranza, non ho motivo, non ho ragione, se non quella di adattarmi come tutti ed andare inesorabilmente avanti.
Ma lo farò con più disperazione, avendo coscienza di ciò che mi aspetta nell’ancora lungo scorrere della mia vita.
Andrò avanti quindi, con la fatica nello stomaco e i sogni in bocca, aspettando il mio destino amaro nell’intraducibile lettura che farò della mia vita.
Sperando di fuggire, sperando ancora di averti, sperando di non averti più, sperando di cambiare doppiaggio.
Era ora o 'De la fuite du temps'
Ho le mani sporche di sangue.
E non è il mio.
È un sangue universale che scorre anche nelle mie vene e che ho cercato di togliere.
E lo spleen assale il mio piede, e anche me.
Cosa me ne faccio di tutto ciò?
Cosa me ne faccio dei miei fili scoperti? Non servono più a nessuno oramai. E in questa giornata che non tace i ricordi sferzano l’aria malsana che respiro, cerco l’apnea ma non ci riesco.
E non sei più le mie dita in gola, non sei più fra le mie dita.
Ma mi aspettavo una parola.
È la mia ora, è il mio momento per farmi da parte, tu hai scelto e non mi resta che accettare. Ero solo un corpo, e non serve più che lo sia.
È la mia ora, il mio momento per seppellirmi, per putrefarmi in qualche angolo dei tuoi ricordi, che non molto spesso riscoprirai.
È scritto dunque, la parola è stata messa, devo solo abituarmi alla fine.
E non è il mio.
È un sangue universale che scorre anche nelle mie vene e che ho cercato di togliere.
E lo spleen assale il mio piede, e anche me.
Cosa me ne faccio di tutto ciò?
Cosa me ne faccio dei miei fili scoperti? Non servono più a nessuno oramai. E in questa giornata che non tace i ricordi sferzano l’aria malsana che respiro, cerco l’apnea ma non ci riesco.
E non sei più le mie dita in gola, non sei più fra le mie dita.
Ma mi aspettavo una parola.
È la mia ora, è il mio momento per farmi da parte, tu hai scelto e non mi resta che accettare. Ero solo un corpo, e non serve più che lo sia.
È la mia ora, il mio momento per seppellirmi, per putrefarmi in qualche angolo dei tuoi ricordi, che non molto spesso riscoprirai.
È scritto dunque, la parola è stata messa, devo solo abituarmi alla fine.
Elogio a M.
Lascio che lui entri dentro di me
Nella mia carne
Nelle mie membra
Nella mia testa
Nel mio stomaco
Nei miei occhi.
Mi aggrappo al suo respiro
Per dare ritmo
Al mio sentire.
Mi incammino lentamente
In questa pacifica radura;
Gocce di tempo che
Levigano gli spigoli
E gli aculei di cui mi ero ricoperta,
Lasciandomi liscia
E inerme
Tra le sue lenzuola.
Nella mia carne
Nelle mie membra
Nella mia testa
Nel mio stomaco
Nei miei occhi.
Mi aggrappo al suo respiro
Per dare ritmo
Al mio sentire.
Mi incammino lentamente
In questa pacifica radura;
Gocce di tempo che
Levigano gli spigoli
E gli aculei di cui mi ero ricoperta,
Lasciandomi liscia
E inerme
Tra le sue lenzuola.
giovedì 16 settembre 2010
Dell'Italia e dei suoi condomini
Come soldati marciamo,
Al suono di un inno in cui non ci riconosciamo,
Combattendo nemici di qualcun altro,
Spargendo il nostro sangue,
Alacre concime della nostra esistenza.
Il giudice sputa sentenze
A forma di mazzette.
La ragione non è degli asini, no.
È di chi se la può comprare,
E gli asini sono quelli che,
Ancora una volta,
Devono cedere al compromesso
Per qualche respiro in più.
Come soldati spariamo,
Spariamo al nemico sbagliato,
Non è la pelle marrone la criminale,
È il fuoco amico a farci perire,
È quello che più ti assomiglia,
Colui che più subdolamente
Ti accompagna e ti guida
Tra le sue sordide vie
Di inganno e corruzione.
Ma lui non è come te,
Solo fuori ti assomiglia,
Lui ha venduto la sua essenza
Al miglior offerente
E nonostante ciò può comprarsene altre.
Hai sufficiente denaro e impudenza
Per unirti al suo invitante banchetto?
Annaspiamo nella raccapricciante piscina mondiale.
Lo Stivale affonda,
Lacero e consunto,
A causa della strenua battaglia
Per il pane che qualcuno sempre di più ruba.
Al suono di un inno in cui non ci riconosciamo,
Combattendo nemici di qualcun altro,
Spargendo il nostro sangue,
Alacre concime della nostra esistenza.
Il giudice sputa sentenze
A forma di mazzette.
La ragione non è degli asini, no.
È di chi se la può comprare,
E gli asini sono quelli che,
Ancora una volta,
Devono cedere al compromesso
Per qualche respiro in più.
Come soldati spariamo,
Spariamo al nemico sbagliato,
Non è la pelle marrone la criminale,
È il fuoco amico a farci perire,
È quello che più ti assomiglia,
Colui che più subdolamente
Ti accompagna e ti guida
Tra le sue sordide vie
Di inganno e corruzione.
Ma lui non è come te,
Solo fuori ti assomiglia,
Lui ha venduto la sua essenza
Al miglior offerente
E nonostante ciò può comprarsene altre.
Hai sufficiente denaro e impudenza
Per unirti al suo invitante banchetto?
Annaspiamo nella raccapricciante piscina mondiale.
Lo Stivale affonda,
Lacero e consunto,
A causa della strenua battaglia
Per il pane che qualcuno sempre di più ruba.
Wormhole (o 'di una poetry slam e suoi corollari')
Le luci del senso opposto mi inghiottono, facendomi trasalire.
La mia Treviso mi assomiglia, bella, storica, conformista, corrotta, e i lavori in corso sul put bloccano il traffico dei miei pensieri.
Guardo la spia sempre accesa della riserva e mi riconosco anche in lei. Dieci euro non bastano mai a spegnerla.
Un'onda rossa di semafori ferma la mia corsa alla vita. Vado sempre troppo veloce nonostante le tue raccomandazioni e le tue scale.
E come Donnie, seguo il wormhole che mi spinge sempre troppo in là.
E rido, perché non ho mai avuto un uomo capace di dirmi ''vuoi essere mia?''. Mai.
Ma forse accontentarmi è il mio destino, la mia trama inconcludente, la mia perdita costante.
Devo smetterla di credere, devo smetterla di crederti, oh genere umano.
Sei subdolo, sei uomo, sei portato a un rivoltante machismo che mai darà redenzione ai miei stupidi sogni d'amore.
Un grazie a tutti, a tutti coloro che mi hanno voluta e lasciata andare.
Grazie amori miei, per avermi regalato fin da giovane questa mesta disillusione nella veridicità dei sentimenti.
Grazie di cuore, quel cuore che avete accarezzato e punito per la sua bellezza.
Grazie per avermi tolto la mia verginità, grazie per averlo fatto nella maniera più barbara.
Grazie per ricordarmi la mia inutile particolarità, grazie per avermi calpestata nonostante ciò.
Ed io a tutti voi, tutti insieme, dichiaro il mio amore nero, nobile pagamento della tassa impostami per avervi regalato me stessa.
Grazie nobili cavalieri per aver assassinato la vostra puttana troppo sentimentale.
con nero amore,
Ilaria
La mia Treviso mi assomiglia, bella, storica, conformista, corrotta, e i lavori in corso sul put bloccano il traffico dei miei pensieri.
Guardo la spia sempre accesa della riserva e mi riconosco anche in lei. Dieci euro non bastano mai a spegnerla.
Un'onda rossa di semafori ferma la mia corsa alla vita. Vado sempre troppo veloce nonostante le tue raccomandazioni e le tue scale.
E come Donnie, seguo il wormhole che mi spinge sempre troppo in là.
E rido, perché non ho mai avuto un uomo capace di dirmi ''vuoi essere mia?''. Mai.
Ma forse accontentarmi è il mio destino, la mia trama inconcludente, la mia perdita costante.
Devo smetterla di credere, devo smetterla di crederti, oh genere umano.
Sei subdolo, sei uomo, sei portato a un rivoltante machismo che mai darà redenzione ai miei stupidi sogni d'amore.
Un grazie a tutti, a tutti coloro che mi hanno voluta e lasciata andare.
Grazie amori miei, per avermi regalato fin da giovane questa mesta disillusione nella veridicità dei sentimenti.
Grazie di cuore, quel cuore che avete accarezzato e punito per la sua bellezza.
Grazie per avermi tolto la mia verginità, grazie per averlo fatto nella maniera più barbara.
Grazie per ricordarmi la mia inutile particolarità, grazie per avermi calpestata nonostante ciò.
Ed io a tutti voi, tutti insieme, dichiaro il mio amore nero, nobile pagamento della tassa impostami per avervi regalato me stessa.
Grazie nobili cavalieri per aver assassinato la vostra puttana troppo sentimentale.
con nero amore,
Ilaria
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Questo è il nome che ho dato a questo blog.
Questo è il nome che ho dato alla raccolta dei miei scritti.
Le mie Parole, le mie Spade.
Quando ti ritrovi a scrivere per non morire.
Quando ti ritrovi a rischiare di morire per ciò che scrivi.
La motivazione che mi spinge a pubblicare le mie Spade è l'inaspettata richiesta di leggermi.
Quindi basta, leggetemi.
Questo è il nome che ho dato alla raccolta dei miei scritti.
Le mie Parole, le mie Spade.
Quando ti ritrovi a scrivere per non morire.
Quando ti ritrovi a rischiare di morire per ciò che scrivi.
La motivazione che mi spinge a pubblicare le mie Spade è l'inaspettata richiesta di leggermi.
Quindi basta, leggetemi.
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