venerdì 28 gennaio 2011
Di Madonne incomprese
Ti supplico, tienimi la fronte mentre ti vomito.
Ti supplico, amore mio, tienimela.
E invece mi ritrovo nel mio letto freddo a inventarmi la luce.
Ché tu te ne sei andato senza aspettarmi.
Che dici che non è vero che non te ne frega un cazzo ma, oh, giuro che pare così. Giuro.
Ti sclero addosso, ti urlo che sono bellissima.
E lo sono.
Che sembro una Madonna con il mio accappatoio azzurro e i miei occhi neri, e l’occhiaie.
Di quelle belle e parecchio tristi.
Una Madonna di quelle che la gente dipinge.
Di quelle che dici ‘’ImpossibilecheGiuseppenonselasiaunattiminoscopataaquellallà’’.
Mio Giuseppe, non un falegname, ma un vile corsaro.Dici.Che è così.che ti voglio.
Parliamone.
Che tu mi parli d’altri coltelli, di coltelli per minacciare.
Io parlo d’arma che taglia con l’intento d’accarezzare.
Bisogna imparare a usarli ‘sti aggeggi, che a tagliarsi sempre dopo un po’ ti girano le palle.
E’ quello.
E’ una questione di tocco.
La somiglianza che esiste tra due tazze rotte esattamente nello stesso punto.
che.a.forza.di.ferirci
Inizia così.
Con me che bevo e non pago.
Con noi che beviamo con la scusa di sdebitarci a vicenda.
Con me che finisco sbronza a fumare in maniche corte. Il giorno dopo me ne pentirò.
Con noi che salutiamo e rientriamo. Andiamo in bagno e ti perdo, ma sono persa anch’io e volo a ballare.
Ti rivedo e ti avvicino.
Mi riallontano e mi riavvicino. Come se volessi stare ma.
Poi succede che torno. E mi fermo.
E tu mi disegni la tua vita sul bordo di un bicchiere.
E io non ci sono.più.nella parte dei cattivi.
‘’Per ora, sei tu. E basta.‘’, mi dici giocando con la parte del bordo dei buoni. È piccolina, ma ci si sta.
Ringrazio Dio e le multinazionali dell’alcool per avermi regalato un contegno, almeno nell’espressione.
Ti invito a ballare ma non vuoi. Dici che preferisci guardarmi. Non ballo più.
Ma poi me ne dimentico e vado.
Ma torno quando le canzoni non mi piacciono.
O per vedere che il Boscaiolo o qualche altro pervertito non ti stia importunando.
Scrivi.
Cosa?
Non posso dirtelo.
Insisto più volte, persino il giorno dopo. Ma niente.
La notte mi sveglio, guardo l’ora, ma sono dalla tua parte del letto ed è il tuo telefono. Sì, ci ho provato.
Manonhoavutoilcoraggioèancoraunsegretook?
Certe cose vanno lasciate così.
‘’Sei bellissimo’’ ti dico più tardi, sotto le coperte. ‘’Sul serio, non guardarmi così, sei veramente bellissimo’’ rispondo alla tua espressione sempre poco convinta.
Ma così facendo ti convinco ancora di più della mia sbronza imperiale.
Lo eri. Lo sei.
E poi mi viene da sotterrarmi perché litighiamo. E io non litigo mai con nessuno, cazzo.
Con te poi. Che con quella faccia. Come si fa.
´Hai gli occhi da bambina’ mi dici a pranzo.
Che a tratti ha un che di Ultima Cena. Ecco perché mi sono versata l’acqua da traditrice.
Arrivo a casa, mi sfilo la pelle e la appendo alla sedia.
Lo sto gestendo male questo post-sbronza. Malissimo.
Sono tutti felici per me. Rabbrividisco.
Mi sveglio un paio d’ore dopo mummificata dall’acido lattico, blaterando qualcosa nel sonno.
Mi metto i capelli in faccia, mi fa sentire piccola. E protetta.
Non quanto basta, oggi.
Vado a lavarmi e controllo le ferite di guerra. Nella norma.
E mi sento come se avessi dimenticato da te gli organi.
[ti basti sapere che sono qua dietro].
lunedì 17 gennaio 2011
venerdì 7 gennaio 2011
Second. Pas deuxème*.
Conto le tue dita nei segni che mi hai lasciato.
Programmiamo eternità di inchiostro.
Coperte fine che scaldano più di tutte. Misteri del tessile.
E le 8 e 30 arrivano presto tra taralli, torte, kiwi e vendicative unioni.
Che ci cerchiamo come si cerca una cosa che sta scappando, che la stringi più che puoi.
Scappando. Da chi poi. O da cosa.
Un puntino. Che non sappiamo bene dove. E tu vorresti una parola.
Ma le parole sono fonti di malintesi, lo dice anche Saint-Exupéry.
Un puntino. Che suona più di marchio a fuoco.
Mi baci quelle ferite a forma di disegni e lettere e le sento bruciare.
Scelgo così il prossimo. In base a dove mi bruci di più.
Comincio a sognarti con persone troppo diverse da me per poterlo accettare.
Mi sveglio e contrabbando parole al lavoro, nascondendomi da quelle espressioni schifate con un’espressione altrettanto schifata. Stessa faccia, origini diverse.
Mi realizzo in questa tastiera scolorita interrompendomi per salutare qualche faccia da cazzo con qualche decina di migliaia di euro che non sa come spendere.
Pregusto il rumore della mia Olivetti nel riscriverlo. So che lui mi invidia per questo.
Scopro anche altre cose in questi giorni:
che compiere gli anni non è sempre così bello. All’inizio. I fine serata sono le cose che preferisco.
Quando tutti sono a letto e non ti possono sentire. Quando ti liberi delle persone scomode e rimangono quelle che. Quella che.
Chissà cos’avrà visto M. nei tuoi occhi. Ho paura di quello che mi potrà dire. Mi basta quello che ci vedo io.
[sottolineo il tuo nome mentalmente. Mx rimane e rimarrà il migliore].
Ah. Un’ultima cosa. Ti voglio chiedere scusa. Per non capire ancora mai quando devo andarmene.
*Second: secondo di due.
Deuxième: secondo di tanti.
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