Se solo avessi ascoltato il rumore di ogni lacrima e l'avessi impresso nella mia memoria.
Se solo le avessi ascoltate, quelle migliaia di lacrime.
Ho ascoltato solo le ultime, quelle di ieri notte che sanno delle notti di giugno.
Che la macchina non voleva mettersi in moto perché aveva paura che l'ammazzassi per ammazzare me.
Perché mi odio per essere così.
Che ormai mi sento solo Valduga. Cuore e cazzi.
Della serie ''Lui mi fa male e lo sa, ma ha capito e mi tratta per la troia che sono in realtà''.
Ci sta.
Che non l'abbiamo più fatto l'amore. Che era solo nella mia testa.
Che alla fine erano solo parole.
Che le uniche due che sono riuscita a farmi dire sono state: ''Non aspettarmi''.
Che non mi ero accorta dove mi stavi portando.
Mi stavi accompagnando ancora al mio loculo.
Che belli quei muri stretti di incomprensione. Li ho dipinti con tutte le mie voglie.
E c'era anche un tuo ritratto. Ci assomigliava proprio.
Che io vorrei portartele ancora le lingue di gatto e la crema al mascarpone all'una di notte.
Che ogni volta ti spaventavi vedendomi sfiorare lo spigolo con la testa.
Ma poi ti sei deciso ad afferrarmi i capelli e a guidarmi a quello spigolo.
Mi hai accarezzato la tempia sussurrandomi piano ''Proprio qui''.
Non sono riuscita a dirti addio. Nonostante tutto fosse pronto.
''Fai male con le parole''. Mi rimangono solo quelle.
Devo anche tacere, ora?
E allora legami, nel più cruento bondage, legami la lingua, legami le mani,
nascondimi carta e penna.
Che tanto è tutto qui nella mia testa. Per quella non hai abbastanza corda.
Perché ti ho superato, sono sempre stata davanti a te.
Ma è una gara in cui vince chi arriva ultimo.
''Un giorno, chissà.''
Un giorno, chissà, non sarò neanche più qui a guardarti, ma sarai solo un ricordo messo via bene,
con un po' di naftalina per non sgualcirlo.
Che quando avrò dei nipoti rovisterò in soffitta e gli mostrerò la pellicola che non abbiamo mai usato.
Dicendo che lì ci sta incisa la storia più bella che non è stata mai vissuta.
Cosa c'è di più bello di quello che ancora non hai vissuto?
E' ancora lì, intatto, nella forma di sogno.
Ma siamo sempre stati svegli.
Che io incrociavo mio padre alle sei e mezza di mattina e tu dormivi quelle tre ore per arrivare al lavoro ancora meno lucido del solito.
Non ci siamo concessi di sognare.
''Pensavo di avertela già fatta l'iniezione letale.''
Lo dici quasi con orgoglio. Che c'hai fatto un quadretto con la siringa.
Una bestia così non capita tutti i giorni.
E ora ho i tuoi batteri a ricordarmi che ci sei.
Prenderò un antibiotico anche per te. Ti debello.
Perché non so cosa voglio fare, ma non voglio vivere così.
Ritiro i miei organi da questo investimento.
Perché ho parlato fin troppo e non ho trovato orecchie.
Ho trovato solo lombi infuocati che mi hanno marchiata e ora la gente vede la lettera scarlatta sul mio ventre.
Oggi sono contenta. Non ho detto una parola. E non mi è stata rivolta parola.
Forse si è capito il dramma che mi scuote.
Che dico di avere gli occhi lucidi per la malattia o per le bollicine della Cocacola cercando la colla per appiccicare un altro sorriso.
Che mi sembra di svegliarmi finalmente.
E di capire che era solo delirio, che era dormiveglia febbricitante, che ora non ho più la pelle gialla.
Che ora non sudo più come i tossici a rota.
Che la droga è finita ma chissenefrega.
Che a Codroipo non ci passo più.
Che una margherita sull'orecchio e una coperta con gli elefanti non le ho mai viste.
Che a Gonzaga non ci sono mai stata.
Che i tuoi occhi in quella foto in un treno non li ho mai visti, che non stavano guardando me.
Che non me le sono mai fatte togliere otto provette di sangue.
Che non ho mai finto nonostante i tuoi dubbi.
Che non l'ho mai aspettata una Slingerland.
Che meno per meno non fa più.
Che la coperta ora è fredda.
Che non disssimulo più il tuo sporco.
Che il tuo libro lo comprerò lo stesso.
E che il centro sociale affacciato sulle discariche e sul mare lo sto già costruendo.
Che quel biglietto nel portafoglio lo getterai e Palais Royal vedrà solo me e la mia nevrastenia.
Che mi cambio il cognome in Raskòl'nikova.
Attendo venerdì come se fosse il 12 giugno.
Non saranno quattro giacche napoleoniche ma un corpo sottile dai minuscoli seni a farmi deragliare.
Che stavolta i lividi saranno interni e che me li accarezzerò aprendomi le carni.
Che mi porto il mare a dicembre, sono io tra cinque anni.
Che voglio abbracciarmi adesso per ricordarmene tra 5 anni.
Che nello stesso giorno vado in copisteria a portare la tesi e ad un colloquio per un lavoro.
Che ti ho ancora nelle fibre muscolari, e dimagrisco male per non averne più.
Che questa è la mia vendetta.
Ti elimino dal mio corpo. E apro anche un'associazione umanitaria per sensibilizzare la gente.
Uscendo ti sistemo il tappeto, con cura.
Non te lo stropiccio più.
Non ti tengo più sveglio col mio ciarlare.
Non segno più gli 11 nel registro.
Non mi volto più quando scendo per vederti mandarmi un bacio.
Non mi innamoro più dei tuoi occhi rossi.
Non ti accendo più la sigaretta.
Non accendermela più.
Non mi faccio girare più.
Non ti chiedo più di girarmi.
Non ti guardo più arrivare in bicicletta.
Ora mi metto a letto e aspetto solo che la guerra finisca.
Che le crocerossine mi fascino i moncherini.
Che la bomba che mi hai messo ancora in mano non l'ho riconosciuta.
Non ho visto che era uguale. Mi si sono riaperte le cicatrici. E ne devo cucire di nuove, che sopra le vecchie, si sa, non cicatrizza più.
Aspetto solo che mi ricresca il cuore.

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