Porto i segni della vergogna, la lettera scarlatta sul mio ventre sterile.
Mani sul collo, a tacermi. Punizioni con un retrogusto amaro.
Ho giocato il tuo gioco, padrone.
Ho giocato con i morti, io moribonda coraggiosa.
Mi hai chiamato col mio nome. E ancora mi si stringe lo stomaco a ricordarlo.
Mi chiedi se sono la tua puttana.
Sono quello che hai voluto che fossi. Ma non te lo dico.
“Sono come tu mi vuoi” dice Ferretti fin troppo allegro nell’altra stanza.
Tua? Tua.
“Non sento niente”. Ti [s]fotto.
È una sfida, una partita all’ultimo sangue. Ti guardo mentre mi mangi e mi divori e mi mordi e mi fai male e penso che doveva andare così. Che per una volta ho fatto quello che mi è stato chiesto.
Ora ti capisco, Patrizia.
Quando lui ti vuole.troia. Quando non deve esserci dubbio sulla tua natura.
Porto con pudicizia i segni sul collo delle tue mani, cappio di carne e ossa sul quale mi sono lasciata ammazzare.
Perché mi vuoi vergognosa. Quelle come me non mostrano i segni delle botte.
Mi ribello, per gioco (?), piccolo oggetto nelle tue mani; ed è bello vederti pensare come farmela pagare. Tremo un po’.
Dietro? Mai. Scordatelo.
Mi copro il viso con le mie mani bianche e fredde. “Scopami, non sono io, non ho una faccia, non ho un nome. Scopami.” - “No, così non vale. E come ti dovrei scopare, sentiamo?” - “Fammi male.”
Vittima delle tue mille lingue mi abbandono obbediente ai tuoi comandi.
Prendi, lecca, soffoca, mordi, godi, zitta, urla, parla, taci, muori.
A bastone e carota mi hai posseduta, legata ai tuoi ordini, libera di compiacerti.
Con una luce accecante, come nei migliori film porno. Che bisogna vedere tutto.
Il buio cancella i ricordi.
“Basta che non mi fai addormentare” mi dici. “Ho delle credenziali a riguardo” rispondo offesa. E infatti.
“Oh, era un sospiro quello?” - “Macché.” Giochiamo a [an]negare.
E poi le abluzioni, ci laviamo a vicenda la cattiveria con la quale ci siamo sporcati. Sotto la doccia ridivento sempre un po’ bambina.
Anche quando mi vieni addosso.
Anche quando il sapone brucia.
Anche quando vorresti entrare e mi fai male.
Ed esco, pulita dal sapone ma non dalle mie miserie.
Mi rifaccio Madonna per te, con gli occhi neri e l’accappatoio azzurro. Stanca. Con le occhiaie.
Se fossi un po’ più magra si vedrebbero le mie sofferenze. Ma ho un corpo nato per la finzione.
Ti addor[menti]. E io sgattaiolo via solo dopo essermi preoccupata della tua sveglia.
Sono quasi le sei.
Mi rintano sotto delle coperte che sanno di carta vetrata sulla mia pelle sottile e increspata dai brividi.
Mi copro la testa con le lenzuola, per nascondermi, per sparire. Per fare ammenda.
Mi lascio vergognare, senza vergogna e senza limite, senza lacrime e senza scadenza.
Mi raggomitolo, più piccola che posso, mi accarezzo la gola dolorante, la faccia gonfia dagli schiaffi.
Dormi, angelo mio, mi dico.
Ma quelle come me non dormono. Hanno delle occhiaie da crescere e da coprire col trucco.
Rimango a letto a marcire per qualche ora, mi alzo per cercare rifugio nell’erba e per scalare il muro del foglio bianco.
Che ho tremato tutta la notte dal bisogno di scrivere.
Che ho tremato tutta la notte dal dolore.
Che ho tremato tutta la notte per la paura di deglutire.
Che ho tremato tutta la notte al pensiero di volerti morire.

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