lunedì 18 aprile 2011

Reflussi gastro-emozionali

23-24.03.11
Le porte di Treviso serale ci guardano immobili mentre ci insultiamo.
‘’La principessa di Treviso serale”, l’hai detto, l’hai scritto, l’hai dimenticato?
Abbi cura di lui, chiunque tu sia.
Una Olivetti è troppo rumorosa per consolarmi in queste tredelmattino cattive più che mai.
Ti rovino la digestione.
Anche.
Sempre detto che è colpa mia. Nessuno mi crede. All’inizio.
Ma quello che mi merito pare sia sentire appuntamenti organizzatimi in faccia.
1 su 100. Non apprezzo neanche questo.
Quel dommage. Quelle ingratitude.
Fili scoperti, dicevi.
Quanto è amaro vedere come le parole vengano stuprate e usurpate.
Quante altre che non cito per pudore.
Maledetto.
Maledetto sia tu, per non farti odiare, ma per farmi sentire così oltraggiata allo stesso tempo.
Cosa sono? Cosa sono stata? Rifugio dei tuoi orgasmi? Del tuo sperma maledetto?
Io, causa dei tuoi mali, causa di tutti i mali, faccio ammenda per il mio amore malato,
faccio ammenda per ciò che ho provato,
faccio ammenda per aver provato a salvarti, o perlomeno per aver cercato di non farti annegare. Salvagente indesiderato.
Mea culpa. Mille volte mi batto il pugno sul petto.
In cerca di perdono. E di rianimazione alla Munchausen.
Amore mio malato, ti si dovrebbe scrivere un inno che sia di circoscrizione, di diffida, di allerta.
Che sa di amaro il fondo di ogni respiro.
Che la puttana troppo sentimentale ritorna cadavere tra le strade a cercare scopate inutili che non faranno che ricordare l’abisso tra te e ogni altro uomo. Tra me e ogni altro uomo.
Puttana. Me lo dico quando dovrei solo amarmi.
Mi punisco.
Che Patrizia mi straripa da ogni vena. Ancora. E sempre.
Solenne, esagerata, mi dono a te, muoio tra le tue mani rovinate, mio unico rifugio dove sentirmi abbandonata.
Odiami. E mi odi.
Scopami. E mi scopi.
Insignificante, cerco nel fondo del bicchiere la mia soluzione.
Dio, come desidero non svegliarmi più. Nell’indifferenza generale, così, senza tanti piagnistei.
Morirti tra le dita. Ecco.
Quelle dita che mi spingono e mi respingono tra i binari.
Puttana,
Che non capisce quando è stata pagata e deve andarsene.
Di quelle che hanno i segni delle botte.
Di quelle che non hanno clienti.
Di quelle che piangono. E si fanno baciare.
Di quelle che non lasciano mangiare.
Di quelle che ti vogliono riaccompagnare a casa.
Di quelle che ti vogliono curare.
‘’Non sono un vuoto a perdere, né uno sporco impossibile. Sono come tu mi vuoi’’ mi urla Ferretti.
Ma non ha incontrato te.
Sei come mio padre. Non sono mai stata all’altezza con lui. E tantomeno con te.
Mai.
Sempre in cerca di approvazione.
Sono come tu mi vuoi.
Puttana (sì, ancora).
Che i soldi te li puoi tenere per portare fuori chi vuoi.
Per metterti la camicia con chi vuoi.
Per regalare scatole e piume con cui accarezzarla.
Per guardare i film francesi insieme e insegnarle la differenza. To. Pas Do.
Perché tuo padre le prepari da mangiare.
Perché tua madre le voglia bene.
Che io sono finita.
Chiamatemi un avvocato per fare testamento, Rebecca perdio, vieni tu a firmare la diffida da me stessa. E da lui.
Rimarrò vergine violata, mi terrò pura per lui. Per il suo ricordo.
Tisi diventa malattia. Amen.

È solo.questione.ditempo.

Mycobacterium tuberculosis

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