Lì.
A gambe incrociate tra le sue dita.
“La reciprocità è cosa vecchia” le dico.
Le nostre figurine sono fuori produzione.
Mi riguardo quelle vecchie, ogni tanto.
Per tagliarmi con la carta. E le parole.
Ci vuole parsimonia nel crearsi traumi.
Stringo al cuore, o a quel che ne rimane, la mia collezione incompleta, gelosa di quel tesoro dimeditec’eraunavolta.
Guardo bene com’era Tisi una volta. Stupida e felice.
Guardo bene com’era Mez una volta. Stupido e…?
Sciocchezze. Che sotto le unghie c’ho ancora la sua pelle.
Rientro nel mio sgabuzzino, obbediente e ordinata, pulendo le tracce dietro di me.
Chiudo piano il suo armadio mentale, lasciandomi una fessura. Per la luce. E per guardarlo vivere.
Trovo pezzi di cuore in macchina, senza il coraggio di gettarli dal finestrino.
Rosso e argento di sangue e perdoni disperati.
Un tuffo al cuore, mi tuffo nel cuore
a cercare di toccargli il fondo
senza mai respirare.
Distanze mai copribili. Non è una questione di polmoni.
Ma adesso mi lavo i denti come i bambini bravi e sfigati. Che non hanno le carie ma non mangiano le caramelle.
Su, su. Mi dici.
Stasera mi preparo bene, così nessuno si preoccupa di me. Essere belli è il modo migliore per passare inosservati. Per confondersi.
Con un piede nel baratro e uno in una scarpa da ballo mi trascinerò fino al bicchiere, dove trovare conforto e tregua dai miei pensieri bui.
Un salvagente per affondare. Che non è in superficie che voglio stare.
Giù.
Dove è un po’ più buio e i pesci sono più furbi.
Giù.
Dove i bambini non hanno coraggio di andare.
Giù.
Per bagnare i tuoi occhi secchi, Violante.
Giù.
Dove finalmente non dovrò chiudere gli occhi per non vedere.
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