Ti penso anche lì. Mentre mangio tra i ragazzini che insozzano parti di Medioevo con le chiacchiere frivole e i pennarelli indelebili e le acque caleidoscopiche del fiume di città, che gradevolmente mi separa dai sistemi nervosi del traffico, come i cerchi che si fanno attorno per proteggersi dal diavolo. Dicono funzioni perché il Maledetto si infila negli angoli.
Metto la mia musica da sfigata, mi mangio il mio panino da sfigata e mi giro la mia cicca da sfigata.
Mi conto i boccoli ramati sotto il sole, alzo lo sguardo, incuriosita e diffidente che mi stia toccando la pelle bianca, scurendola pian piano.
Ci tengo alle mie sembianze malate.
Penso a te e al forno che ti starà facendo sudare, alla tua disattenzione, alla tua nevrastenia, alla tua fame che svanisce, alle sigarette che la sostituiscono, alla tua pocavogliaditornareacasamatantodovealtrovado, ai tuoi sospiri prima di dormire, al tuo stomaco che neanche apri gli occhi ed è già lì a ricordarti che non va bene un cazzo, al tuo viso contrarsi nel vedere gli occhi gonfi di tua madre e alla smorfia che farai quando il tuo pensiero correrà verso Napoli.
Ci penso tra un Ufficiale Giudiziario e un decreto, tra una raccomandata e una ventiquattrore rossa che non so mai come tenere, tra una sigaretta e una marca da bollo da quattordiciesessantadue, tra un cancelliere e un pignoramento. Ma non arrivo a nulla, mai.
Scrivo versi nei capelli per non poterli dimenticare e mi cadono tutti nella burocrazia in cui sono persa, in cui mi chiedo se vedono che sono diversa, in cui Zòsimov mi visita e mi crede pazza. E io glielo lascio credere.
Arriva venerdì e io non voglio.
Non me lo sarei mai aspettato da una come me.
Eppure sorrido ultimamente. Tranne i weekend.
Mi dicono che è perché non prendo più la pillola. Sarà.
Ma i lontani parenti di Emile Zola mi appagano. C’è molto silenzio in quelle stanze e anche se hai le scarpe da ginnastica fai il rumore dei tacchi.
E poi ci sono i praticanti disagiati che ti salutano goffamente e ti chiedono cosa leggi. Loro, con le mani ossute da chi la carta la odia, io con le mani morbide di chi la carta la riverisce.
Soprattutto quella stropicciata dalle mani ruvide che ti stropicciano anche la faccia sotto le coperte.

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