martedì 17 maggio 2011

Di pudicizie calzaturiere e Parodie Verdi (Corollari di pomeriggi passati ad anagrammare)

La tua pelle verde sotto la luce del distributore mi fa pensare a dei prati malati.
Ti conterò i fili, uno per uno con pazienza.
Ti conterò le lacrime una per una, con pazienza.
Ti conterò i respiri, gli sbuffi, i sospiri, uno per uno, con pazienza.
Ti conterò i baci, gli abbracci, le mani, le dita tra le mie, una per una, con pazienza.
Ché mi fai essere ancora più incazzata col mondo per quello che ti stanno facendo.
Tumori da amare.
Cromosomi assassini.
Fisionomie problematiche.
Quei sei occhi che non posso dimenticare, le lacrime che ho visto in ciascuno, che ho accolto come una diga tra le mie braccia morbide.
Bacino di insofferenze e incomprensioni. Senza sfoghi, senza chiuse da aprire.

Immagazzino ogni tuo sguardo verso l’alto,
Ogni tua silenziosa preghiera (o bestemmia? Non fa differenza), ogni tuo perché senza risposta.
Immagazzino ogni mio arrendevole ed arreso silenzio all’ennesima miseria che ti ha colto.
L’impotenza mi pervade, vorrei trovare una formula, un algoritmo da regalarti per farti scoprire la pace.
E invece anneghiamo entrambi nei nostri problemi (e fai diventare minuscoli i miei).
I soprannomi hanno sempre un perché.
Mi baci il piede malato, le mie scarpe non ti piacciono ma dici che almeno condivido il mio mal de vivre a inchiostro e nervi.
D’altronde non puoi vederlo solo tu. Tanto nuda.

Dormi, angelo mio. Ti auguro gli incubi peggiori. Che così quando ti svegli sembrerà meno peggio che in sogno. Fare bei sogni ti fa solo ricordare quanto faccia schifo la realtà.


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