"Roma sta bruciando" dice mentre si versa del whiskey in un bicchiere Ikea graffiato dall'usura e dai detersivi di sottomarca. Stringe le guance inspirando l'aria dai denti. Ancora non si è abituata alla purezza. Del whiskey, è chiaro.
Finge indifferenza mentre l'esofago e lo stomaco vanno a fuoco, anzi pensa intensamente, quasi a convincersene, che sarà sempre così. Bisogna apprezzare anche questo. "Altrimenti avrei bevuto del succo alla mela", risponde al suo sopracciglio alzato.
Lui è lì, indifferente e inquisitore allo stesso tempo. Lo guarda mettere una canzone qualsiasi e si chiede, non senza angoscia, se sarà quel fondoschiena peloso e flaccido che vorrà avere accanto per il resto della sua vita. Insomma, se è disposta a conviverci con quel prolasso itinerante.
Come se fosse un'entità a parte, staccata da quegli occhi che la inghiottono, da quella voce, un po' effeminata a volte, che vomita le sue stesse parole. Che le fa sentire il vuoto come il ritorno quando ci si spinge troppo in alto sull'altalena. Tutto quel potere svanisce non appena lui si volta.
"Ti faccio un caffé?" (tutto pur di allontanarsi da quei pensieri visionari da casalinga disperata). Si chiede se sarebbe la prima a lasciare una persona per colpa del suo culo.
"No, grazie". Bicchiere. Whiskey. Guance strette. Aria tra i denti.
Meccanica.
Come un motore ben avviato termina ritmicamente quella medicina alternativa. La categoria degli erboristi avrebbe qualcosa da ridire.
Alla fine, conclude che le deve ringraziare quelle chiappe abbandonate. Perché la tengono distante da un momento perfetto. Un momento che potrebbe incatenarla ad nutum lovis.
Pochi sanno che "Carpe diem" non finisce lì. Dice anche "Quam minimum credula postero" [confidando meno possibile nel domani].
Bicchiere. Whiskey. Guance strette. Aria tra i denti.

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