Andava tutto bene.
Facevo la brava, mi stendevo sul lettino dell'analista e gli vomitavo tutto per bene, in ordine.
Lui scriveva, io parlavo.
Lui scriveva, io morivo. Stop.
Poi a un tratto, boom.
Lettino sfondato a vodke e il lavoro di mesi sulla statale con le puttane.
La fronte comincia a sudare, troppi paesaggi indesiderati.
"Portami a casa. Ti prego, portami a casa." Ma L. non mi ascolta.
Insieme al sudore, scendono le lacrime.
Non sono pronta. Non ancora.
L. perdonami. Non lo faccio di proposito. La mia non è smania da palco.
E' successo che lo amo. Scusami.
Ma quei sampietrini mi stavano lapidando.
Sì, hai ragione, sono una ragazzina stupida e impudente, di quelle che ti fanno vergognare perché rubano e si ubriacano.
Ma devo farmi da anestesista sennò ci rimango.
E allora per un po', se vorrai, dovrai venirmi a trovare, sederti al cospetto di questa sciocca bambina e perdonarle le scelte sbagliate.
So fare solo così.
Mi sembrano due estati fa che io e M. correvamo felici, urlando sopra ai Perturbazione con l'odore di erba appena tagliata e cenere dappertutto.
Mi sembrano due estati fa che mi riempivo le tasche di medicine.
Mi sembrano due estati fa che avevo il coraggio ma non i mezzi.
Mi sembrano due estati fa che preparavo scatoloni di addio per G.
Mi sembrano due estati fa l'ultima volta che abbiamo fatto l'amore.
E forse è un bene che sembri tutto così distante.
Te la ricordi quella sera che abbiamo riso e c'erano le rane a ridere con noi? Te la ricordi? Era maggio.
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