Alito sul vetro della mia stanza per scriverci parole da non vedere. Solo per il gusto di farle esistere.
Parole che vengono dal sacchettino di amaro che ho dietro la gola, che rischia l'esplosione a ogni deglutizione.
Nella pancia ho un acquario di caffè a ricordarmi che non dormo e che ho una gastrite poco educata.
"Non è che per caso mi ami?" - come un proiettile la mia mente estrae questo ricordo e mi ci schiaffeggia. Non ti ho mai visto così spaventato.
"Non...no, non credo" dico in un soffio, mentre ogni mia cellula urla "Sì".
"Vi uccido", penso prendendo grandi sorsi dal mio maleodorante bicchiere, "La finirete prima o poi".
E' stato tanto tempo fa. Ora è diverso (?).
Ora non smetto più di respirare.
La rianimazione alla Munchausen sta funzionando.
Ci ritorno solo col pensiero, e con nemmeno poi tanta nostalgia, nella tua stanza.
Quegli scaffali pieni di film e dischi. Quella tastiera che mi ha suonata. La lampada verde.
Lo spigolo. Il découpage francese. La foto di te bambino e tuo fratello con la mano proprio lì.
Niente di mio. Chissà dove le hai nascoste quelle cartacce che ti ho regalato.
I cioccolatini rubati a Seve. I parcheggi deserti e i raid della polizia tra le nostre parole.
Audrey Tatou e Mathieu Kassovitz. Tiersen. Jeunet. Questa è tutta roba mia.
Riascolto per caso una canzone maledetta. Una canzone dei tempi andati, ma di quelli belli. Canzone, fra le tante, che avevo eliminato. Come la madeleine di Proust mi faceva precipitare in casa tua, tra i tuoi occhi. Uno zoom rubato sulla tua barba. Sulla tua schiena. E poi giù, sott'acqua con gli occhi aperti e il sale che brucia e neanche il tempo di prendere fiato.
Sono fuori sì. Ma ancora non gli do le spalle.
Abbiamo un appuntamento a lungo termine io e lui. Uno di quelli dove non c'è giusto o sbagliato. Uno di quelli a qualsiasi costo.
Rimango qui. Dove ogni tuo respiro mi sottrae qualcosa.

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