I sintomi dell’assenza si fanno sentire, prepotenti.
La storia che mi circonda fa sentire tutto ancora più vetusto ed impolverato.
Questa città che vomita luci mi infastidisce, mi abbaglia con la sua ipocrisia, tentandomi con la sua suadente forma.
E arranco per queste strade che non hanno più sensi o direzioni, sono solo asfalto che i miei piedi macinano nauseati.
Qualcosa mi sta cambiando, qualcosa di nascosto che aspettavo da un po’. Un’altra delusione, un’altra MIA delusione, nei confronti del genere umano del quale mi sono rassegnata ma in cui ogni volta spero.
E tu, che credevo ne fossi per la maggior parte estraneo, mi fai angosciosamente sospettare di farne parte, di non dimostrarti veramente differente, di rendermi ancora una volta soggetta alle torture che la società mi infligge e che da te non mi sarei aspettata.
Pensavo fossi il mio riscatto, il mio scudo, ma ho paura della tua trasformazione.
Ti muterai in spada, solerte a ferire ancora una volta il mio tormento.
E i tuoi occhi che non più palpitano su di me sono come buchi neri che mi inghiottono nel limbo che sto attraversando e dal quale temo di non uscire viva.
Che senso ha proseguire, se non per inerzia, sapendo che è questo che ancora mi aspetterà? Quanti ancora martirizzeranno quel poco che resterà di me, quanti sciacalli ancora dovrò guardare mangiarmi?
A quante persone dovrò far passare la dogana per poi vedermi meramente contrabbandata?
Non ho speranza, non ho motivo, non ho ragione, se non quella di adattarmi come tutti ed andare inesorabilmente avanti.
Ma lo farò con più disperazione, avendo coscienza di ciò che mi aspetta nell’ancora lungo scorrere della mia vita.
Andrò avanti quindi, con la fatica nello stomaco e i sogni in bocca, aspettando il mio destino amaro nell’intraducibile lettura che farò della mia vita.
Sperando di fuggire, sperando ancora di averti, sperando di non averti più, sperando di cambiare doppiaggio.

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